mercoledì 19 ottobre 2011

Love Hurts by Catherine Green - trad. di Salvatore Ciancitto

Love Hurts - Catherine Green (2011)
Stavo correndo lungo la cima della scogliera sotto una pioggia scrosciante e era notte fonda, freddo e pioggia scrosciante. Il respiro mi si bloccò in gola, riuscivo a malapena a vedere dove mi dirigevo e il mare si schiantava contro gli scogli sotto di me. Ero terrorizzata, scappavo da un mostro alle mie spalle. Mi dava la caccia e non riuscivo a voltarmi a guardare, non ne ero capace. La gola era secca per quanto annaspavo, i capelli zuppi e freddi contro il collo, l'acqua mi scorreva lungo il corpo. Rabbrividii ma dovevo correre. Dovevo fuggire. Poi il piede mi si intrappolò in un ramo secco e caddi sulle mani e sulle ginocchia con un grido. Barcollavo in piedi ma era là, il mostro, proprio dietro di me. Urlai mentre spiccava un salto e mi voltai per affrontarlo, per accettare il mio destino. Mi svegliai di soprassalto e mi misi a sedere sul letto, coperta di sudore e ansante. Era solo un sogno. Era così reale. Conoscevo perfino la cima della scogliera dove stavo correndo. Non era lontana da casa, distante dalla strada principale da Redcliffe verso la città più vicina. Da cosa scappavo? Si trattava di un paura inconscia di me stessa? Perchè riuscivo a percepire la pioggia sulla pelle e perchè rabbrividivo in un sogno? Mi scossi per schiarirmi la testa, mi guardai attorno per la stanza buia, dove vedevo la luce della luna risplendere lungo i profili delle tende. Tutto sembrava come al solito: i miei vestiti appoggiati sulla sedia, la mia toletta nel suo abituale disordine, la porta chiusa a chiave e la casa immersa nel silenzio. Ebbi un brivido, respirai in maniera profonda per qualche attimo e poi mi sdrai di nuovo, tirando la coperta fin sotto al collo. Forse avrei dovuto seguire il consiglio di Liz e andare da un dottore. Questi sogni stavano diventando sempre più reali al punto che pensavo fossero dei ricordi anche se non ero mai stata in questa cittadina prima di trasferirmi qui tre anni fa, a parte quella strana vacanza. Avevo cominciato a fare lo stesso sogno ricorrente un paio di mesi addietro, ma non capitava ogni notte. Di solito avveniva una o due volte a settimana. I sogni vedevano sempre me in fuga da qualche mostro immaginario, ma si trattava di un mostro che conoscevo, una persona che mi aveva tradito... Scivolai di nuovo nel sonno e grazie al cielo non sognai più quella notte.
La mattina seguente mi svegliai presto, feci la doccia e scesi di sotto per fare colazione prima di cominciare il lavoro. In realtà non si poteva chiamare lavoro gestire la mia libreria: lo adoravo. I precedenti proprietari avevano messo in vendita il Redcliffe Books quando erano andati in pensione e non avevano nessuno in famiglia che potesse rilevarlo. A quel tempo ero riuscita a convincere la mia migliore amica e ora socia, Elizabeth a raccogliere la sfida e chiedere un prestito insieme da investire in un negozio. Avevamo lavorato come contabili a Manchester e si trattava di fare un passo enorme e trasferirsi quaggiù in Cornovaglia, ma ci piaceva moltissimo. Redcliffe è una bella cittadina turistica e facciamo molti affari in estate e nei mesi invernali abbiamo una clientela regolare che mantiene sempre in piedi il posto. Riuscii a convincere Liz, ci approvarono il prestito e accettarono la nostra offerta per il negozio ed eccoci qua. In realtà Liz deve ringraziare me per aver trovato suo marito Robert con cui vive in un piccolo e grazioso cottage dall'altra parte della città. È un professore universitario e si sono conosciuti quando venne al negozio per alcune ricerche subito dopo esserci trasferiti qui. Adesso io vivo nell'appartamento sopra il negozio, con la cucina al piano terra sul retro. Mi va benissimo girare da una stanza all'altra e trovarmi a lavoro: molto meglio dei mezzi di trasporto che di solito prendevo. Di sicuro mi è più congeniale vivere una cittadina con molti spazi aperti che dover vivere in una città affollata. Adoro avere il mare e la spiaggia a breve distanza dalla porta di casa. Mi dà un senso di libertà che non avevo mai provato in città.
Erano le 8.30 e sapevo che Liz aveva un appuntamento dal dottore, così presi la mia tazza di caffè e mi avviai attraverso il negozio a aprire per la giornata. In questo periodo dell'anno lo gestiamo noi due fino a quando non aumenta il lavoro e allora assumiamo un paio di studenti nei mesi estivi per darci una mano. Era marzo e attendevo con ansia il clima più mite poiché stavamo attraversando un inverno particolarmente piovoso e carico di neve. Per quanto adesso mi godessi le mie serate invernali sotto le coperte sul divano con una pila di libri, DVD e il mio vino preferito e la cioccolata calda, ora desideravo un po' di sole e aria fresca. Il sole splendeva e sembrava più caldo, il che era meraviglioso, mentre aprivo la porta principale del negozio e girai il cartello “Aperto”. Il mio primo compito era controllare gli ordini online e impacchettare il tutto per la spedizione. Poi c'erano i clienti con cui trattare e decisi di dover pulire il tavolo dei libri in offerta. Il negozio non è enorme ma si adatta ai nostri bisogni. Si tratta di una stanza quadrata e luminosa e il bancone sta a sinistra della porta di ingresso. Di fronte ci sono delle librerie di pino incassate dal pavimento al soffitto che coprono due pareti e circondano l'incavo della vetrina, come una cornice. Poi nel centro della stanza abbiamo tre grandi tavoli dove sistemiamo le promozioni e le offerte speciali. Abbiamo anche una finestra disegnata sulla destra della porta di ingresso e è qui che sistemiamo la merce in esposizione a seconda del periodo dell'anno e delle mode del momento. Redcliffe Books è un negozio luminoso e arioso e si affaccia sul centro della via principale che conduce al lungomare e alla spiaggia.
Erano le 11.30 quando la porta si spalancò per accogliere Liz che giungeva nel suo solito impeto confusionale. Le brillavano gli occhi scuri, i capelli lisci neri e corti, lucidi, e scoppiava di salute. Avevo sempre invidiato la sua abbronzatura perenne. Si affrettò attraverso la porta di ingresso con un sorriso da un orecchio all'altro, urlandomi uno strozzato “ 'giorno” e poi mi porse una busta. La guardai con curiosità e l'aprii per trovarvi al suo interno un cartoncino bianco. Il cartoncino risultò essere un'ecografia, l'immagine alla dodicesima settimana del bambino di Elizabeth. La mia migliore amica aspettava il suo primo figlio! Balzai fuori dal mio sgabello e la circondai con le braccia, quasi in lacrime per l'eccitazione mentre lei rideva e mi abbracciava stretta.
“Che ne pensi, Jessica?” balbettò in maniera eccitata, “Diventerò madre!”
Liz indietreggiò e mi guardò con un sorriso. Il mio stesso sorriso ricordava il proverbiale Stregatto mentre rispondevo. “E' meraviglioso, Liz. Sono tanto felice per te.” Dissi “Come diavolo hai fatto a nascondermelo per tre mesi?”. La rimproverai gentilmente, senza la più piccola traccia di rabbia. “E' stata dura”, disse Liz, facendo un respiro profondo. “Hai presente quando mi sono presa quello strano virus con la nausea? La nausea mattutina! E quando continuavi a chiedermi perchè stavo zitta? Non volevamo esporci troppo, raccontandolo alla gente senza aver fatto la prima ecografia, ma eccola qui e il bambino è in ottima salute. Tu sei la prima persona a cui l'ho detto, diritta diritta dall'ospedale” e si mise a sedere sulla sedia dietro al bancone. Questa fu un enorme sorpresa. Cioè, sapevo che Elizabeth e Robert erano sposati felicemente da dodici mesi e eravamo tutti ormai adulti per concepire l'idea di avere dei bambini. Mentre osservavo il suo volto eccitato, mi sentii tanto felice ma anche un pochino gelosa. Volevo un bambino. Ma non avevo nemmeno un ragazzo così avrei dovuto aspettare ancora per molto tempo. Non mi rimaneva che fare la zietta adottiva del bimbo di Liz.
Trascorremmo il resto della giornata spulciando libri sui bambini e discutendo su come organizzare la maternità. Naturalmente doveva telefonare ai suoi genitori e sentii sua madre strillare di gioia mentre sedevo accanto a Liz. I suoi genitori erano tanto carini. Vivevano ancora nei sobborghi di Manchester ma le facevano visita due o tre volte l'anno. Avevano fatto di Radcliffe la loro meta delle vacanze e mi piacevano le loro visite. I genitori di Elizabeth mi avevano praticamente adottato quando diventammo amiche. All'inizio ero stata un po' scostante con loro, non volendo la loro pietà, ma alla fine finii col volergli bene e erano sempre pronti a offrirmi il loro sostegno. Ero felice che loro avessero un nipote per cui stravedere.
Mentre Liz parlava con sua madre, cominciai a vagare con la mente. Forse avrei dovuto pensare seriamente a cercare un nuovo compagno, un potenziale marito. Non avevo mai sentito il bisogno di nessuno e di sicuro non avevo mai avuto grande fortuna con gli uomini. Ce n’erano stati un paio che avevano avuto intenzioni più serie, ma non mi ero mai preparata a soccombere. Mi piaceva il sesso naturalmente, ma quando si arrivava alle forti emozioni, mi spaventavo e fuggivo. Doveva avere a che fare con il fatto di essere orfana, lo sapevo, ma sapevo anche non potevo far dipendere tutto da quel fatto. Di certo c’erano altri orfani che si erano sposati e avevano messo su famiglia? Mi ero convinta che non avevo semplicemente ancora trovato l’uomo giusto e che sarebbe successo al momento adatto. Inoltre avrei dovuto gestire il negozio da sola mentre Liz era in maternità, per cui non avevo tempo per una relazione. Mi godevo la mia libertà, che non avrei avuto con un compagno e un bambino. No, senza dubbio non era il momento adatto. [...]

domenica 28 agosto 2011

Un’amputazione invisibile - Juan Josè Millàs, tratto da Los objectos nos llaman (2008) trad. di Salvatore Ciancitto

Quando mi resi conto, nel corridoio di un supermercato, di aver perso il cellulare, fui colto da un attacco di sudore, ma non sudore freddo, come nei romanzi del terrore, piuttosto sudore caldo. Il mio corpo fu sottoposto a un cambiamento climatico che si tradusse in un riscaldamento generale della parte esterna. Per un momento pensai che mi sarei cotto nel mio proprio brodo all'interno di questo involucro. Avevo nello stesso tempo una sensazione di estraneità e di incredulità, come se avessi da poco sofferto l'amputazione violenta e indolore di un organo. L'amputazione mi aveva lasciato un moncone invisibile agli altri, un moncone fisico, per capirci, impossibile da mostrare, però tanto spaventoso quanto un moncone di carne e ossa. Passata la prima ondata di calore, controllai di nuovo le tasche della giacca e cercai nella fodera ma senza alcun risultato.
Notai che la gente cominciava a guardarmi e capii che la mia espressione doveva essere simile a quella di un pazzo. Non potevo spiegare che la mia inquietudine era dovuta all'amputazione del cellulare perchè non l'avrebbero capito. Non c'erano ferite, non c'era sangue, non c'erano segni esteriori di violenza. Solo chi ha perso un telefono cellulare tanto intelligente come il mio sa di cosa parlo. Al suo interno tenevo una rubrica telefonica di cento numeri costruita nel corso degli anni e impossibile da ricostruire di nuovo. Avevo anche annotazioni e date e messaggi in entrata e in uscita che non avrei letto mai più. Non esagero se dico che il mio cellulare era un organo più del mio corpo, non tanto importante quanto il fegato o i reni, però più prezioso dell'appendice o della bile. In viaggio, mi faceva sentire in contatto con casa. A casa, mi metteva in contatto con il mondo esterno.
Ricordo la prima volta che vidi un telefono. Non un telefono cellulare, piuttosto uno convenzionale, di quelli di tutti i giorni. Ero appena tornato da scuola. Mia madre mi prese per mano e mi condusse fino al soggiorno. Al centro di un tavolino rotondo sopra una tovaglia verde che lo circondava e ne faceva risaltare ancora di più la presenza, c'era un telefono nero. Ebbi l'impressione che intorno all'apparecchio si formasse una strana aura luminosa, come se si trattasse di un'allucinazione, e per me, in un certo senso, lo era, dato che avevo sempre sentito parlare del telefono ai miei genitori con lo stesso rispetto con cui si parla dei fantasmi.
Volli chiamare immediatamente un compagno di scuola, ma mia madre mi disse di no, che costava denaro. Il telefono era solo per cose urgenti. E in effetti, fu per cose urgenti. Quel anno lo sentii suonare due volte, una per comunicarci che il nonno era morto e l'altra, mezzora dopo, per dirci che il nonno era resuscitato (il padre di mia madre aveva una certa facilità a entrare in stato catalettico e il medico lo dichiarò morto per errore). Da parte nostra, lo utilizzammo anche noi solo due volte, una per comunicare che era nato mio fratello e l'altra per comunicare che era nato un'altra volta (erano gemelli, ma il secondo arrivò mezzora dopo, quando non ce l'aspettavamo).
Non ho affari tanto importanti che mi costringono a rimanere attaccato al telefono. So che se qualcuno ha bisogno di trovarmi, lo farà in un modo o in un altro. Per quanto riguarda la rubrica, la rifarò con l'aiuto dei miei amici. Tutto quello che ho detto nelle prime righe per giustificare l'attacco di panico che mi ha provocato la sua perdita era un insieme di alibi. Il mio attaccamento al telefono ha un fondamento fantasioso che mai, fino ad ora, avevo confessato. Vedete, dagli otto o nove anni quando vidi quel primo telefono sopra il tavolino rotondo del soggiorno della casa dei miei, ebbi la fantasia che un giorno il telefono avrebbe suonato chiedendo di me. Mia madre, stranita, mi avrebbe passato l'apparecchio e una specie di divinità, dall'altro capo del filo, mi avrebbe rivelato una verità fondamentale. Io avrei preso il telefono, mi sarei voltato verso la mia famiglia e avrei confermato loro che Dio esisteva o che non esisteva, a seconda, e che tutto era permesso o proibito, a seconda.
Credo di continuare a aspettare questa chiamata grazie alla quale alla fine saprò se la vita ha un senso o meno. Sopporto tutte le altre come il prezzo da pagare per rispondere a questa. Da qui il mio attacco di sudore devastante che provai in un corridoio del supermercato nell'accorgermi di aver perduto il cellulare e di essermi disconnesso non dal mondo, che può essere una rottura di scatole, piuttosto da questa divinità che presto o tardi, lo so, mi chiamerà per rivelarmi una verità essenziale che dia un senso alla mia esistenza. Quando questa chiamata si concretizzerà, sarete i primi a conoscerne il contenuto, nel caso vi aiutasse a tirare avanti.

lunedì 14 febbraio 2011

L’illuminazione di Merton Browne –J.M.Shaw

L’illuminazione di Merton Browne – J.M.Shaw (2007)

Non so chi sia mio padre e a dire la verità non mi interessa un cazzo. Non appena ebbe sparato la sua cartuccia, spedendomi a galleggiare nell’utero morbido e scuro di mia madre, strofinò l'attrezzo sotto l’acqua calda, afferrò la giacca e tagliò la corda. Mi domandavo spesso che tipo di uomo avesse prodotto quel singolo getto di sperma vittorioso; quali pensieri gli attanagliassero il cuore mentre sbuffava e il preservativo si spaccava. Ma ho visto i padri degli altri e penso di starmela a cavare anche senza.
Ovviamente mia madre afferma di sapere esattamente chi fosse, ma scommetto che non se lo ricorda con certezza. Non uso il suo nome e non c’è nemmeno ragione per cui debba prendere quello di lei. Sono libero di sceglierne uno tutto mio, se ci pensate. Ad ogni modo il mio nome di battesimo è Merton. A scuola mi chiamavano Merton Browne, con il cognome di mia madre. Poiché mio padre si chiamava McNeill – secondo il resoconto prudente di mamma – dovrei in realtà chiamarmi Merton McNeill, che non è poi così male. O potrei provare qualcos’altro. Non importa.

Volevo scrivere tutto quello che è successo, proprio dall’inizio, così che potesse arrivare diritto nella mia testa. Ma il fatto è che non ricordo quasi nulla prima dei miei nove anni.
Il mio primo vero ricordo è essermi nascosto nell’armadio della caldaia con una torcia elettrica a leggere un libro di Tintin, Destinazione Luna. Se avessi sollevato l’angolo del tappeto, avrei potuto vedere la luce della TV nel soggiorno, risplendere attraverso le assi del pavimento. C’era il telegiornale e mamma stava zitta, probabilmente fumava in vestaglia, con i piedi sul divano. Tuck Martin era con lei. Riuscivo a sentirne la voce profonda.
Non stavo esattamente leggendo. Guardavo soltanto Tintin e Snowy nelle loro tute spaziali. Ma quando Tuck cominciò ad alzare la voce, decisi di sparire. Spensi la torcia e chiusi gli occhi e immediatamente l’armadio divenne una navicella spaziale, sigillata ermeticamente. In un attimo fui sparato in alto, per miglia nel cielo e la navetta tremava mentre lasciava l’atmosfera, finchè all’improvviso tutto si fece silenzioso, perché non si può sentire nulla nello spazio. C’erano le stelle tutto intorno e in basso, più splendente di una di loro, il grosso mondo blu.
Ma ci fu un interferenza alla radio. Tuck stava strillando contro mamma. Lei replicava con voce sommessa e immaginavo il fumo che le sfuggiva dalla bocca. Poi Tuck colpì il tavolo della cucina – il rumore scosse i muri e il cuore ebbe un sobbalzo; la voce di mamma cominciò ad alzarsi. Riuscivo a sentirla mentre si sollevava dal divano. Adesso era arrabbiata e gli strillava contro. Ci fu un rumore sordo; cominciò a urlare come se si fosse fatta male. Mi si contrasse lo stomaco e dopo cominciai a cadere, sempre più giù, mille miglia al secondo, di nuovo a terra.
C’era silenzio sul Pianeta Terra quando atterrai: le grida erano cessate. Aspettai un’eternità nel buio. Perfino la TV era muta e pensai che probabilmente Tuck l’avesse fracassata. Sarei potuto rimanere al piano di sopra tutta la sera. Nessuno mi avrebbe cercato. Ma dovevo vedere da me; volevo scoprire cosa avessero combinato. Era tutto troppo silenzioso, mi ricordo di essermi domandato se si fossero uccisi a vicenda o se Tuck se ne fosse andato via. Così aprii il portellone e gettai un’occhiata fuori sul luogo dell’atterraggio e strisciai al piano di sotto.

“Diana, amore, mi dispiace. Non essere arrabbiata, tesoro”.
Tuck era chino sopra mamma, scrutandola fra i capelli, mentre lei era sdraiata sul divano dandogli la schiena. Ero alla porta. Non mi avevano ancora visto.
“Levati dalle palle, perché non la smetti?” Lei teneva un ammasso di carta da cucina contro il viso.
“Ho detto che mi dispiace, cioè. Mi farò perdonare”
“Animale!” disse mamma. “Non avvicinarti.”
Tuck si alzò dal divano e si allontanò, la testa grossa penzoloni in avanti. La mamma si girò su sé stessa e si mise in piedi. Le sanguinavano la bocca e il naso. Mi passò davanti senza dire una parola, allungando una mano alla ringhiera e la sentì salire al piano di sopra. La porta del bagno si chiuse con un schianto e sentii l'acqua battere ritmicamente nella vasca.

Nell’armadio della caldaa, tutto era calmo. Mi appoggiai al muro a leggere Destinazione Luna. Riuscivo a ricordarmi tutto: nomi, dialogo, il modo in cui i pannelli di controllo del razzo erano disposti. Non avevo bisogno di leggere il libro: in pratica potevo raccontarlo a memoria. Cominciai a prepararmi per la fuga, per volare di nuovo nello spazio, e, mentre controllavo che tutto fosse a posto, cominciai a sentirmi calmo.
Ma fu troppo tardi. Tuck risalì e si sedette sul pianerottolo. Cominciò a supplicare mamma attraverso la porta del bagno. “Non fare la matta, Diana, amore. Fammi entrare. Sai che non volevo.” Poi, aprendo lo sportello dell'armadio, cercò di assicurarsi il mio sostegno. “Mettici una parolina per lo zio Tuck, ti va? Ti farò stare sveglio fino a tardi, monello. Ti darò un deca.”
“Questa è la zona di lancio”, dissi, “Liberate l'area”.
“Ora, ascolta....”
Ma mi ritrassi più addentro all'armadio.
“Decollo tra due minuti”.
“Svitato!” disse Tuck. E chiuse la porta con violenza.
Nel buio, nascosi il mio libro nell'angolo del tetto. Ero arenato sulla Terra per la notte, il posto peggiore in cui trovarsi. Tuck si accomodò sulle scale, appoggiando la testa alla parete. Riuscivo a vederlo attraverso lo spiraglio dell'anta dell'armadio, mentre si accendeva uno spinello. Fece un tiro, trattenendo il fumo nei polmoni, e sorrideva, scuotendo il capo. L'odore dell'erba cominciò a riempire l'armadio e lo risucchiai, respirandolo finchè la testa divenne leggera e miei pensieri cominciarono a vorticare, su nello spazio, lontano, finchè il mondo scomparve.

Il chiavistello della porta del bagno scattò indietro e mi trascinai attraverso l'armadio per osservare dallo spiraglio. Mamma fece la sua apparizione in accappatoio, con la faccia contusa e rossa. Tuck le offrì la canna, ma lei lo ignorò, scivolando verso la camera da letto. Nello stesso istante, quando lei sparì, lui aprì l'anta.
“Andiamo, cervellone!”, ghignò, “tua mamma è tornata nella terra dei vivi. Andiamo a farci del tè”.

Io e Tuck mettemmo in ordine il soggiorno. I pesci rossi erano morti, arenati sul tappeto umido accanto alla collezione di dischi di Tuck. Li mise nella pattumiera con un mestolo. Poi abbassò le luci e mise Marvin Gaye sul piatto del giradischi. In un attimo la stanza odorava di erba e di bastoncini di incenso e mi sdraiai sul divano.
Mi svegliai quando mamma mi prese in braccio. Mi stava stringendo, soffiandomi fumo tra i capelli. Poi Tuck aumentò il volume, mia madre mi depose di nuovo sul polistirene e cominciarono a ballare, finché Tuck non le diede una lunga e ammaccata pomiciata.
Dopo lei fece uova fritte e toast e prendemmo un tè, tutti e tre insieme, seduti al tavolo della cucina – “Come una vera e propria famiglia del cazzo”, disse Tuck. Tuck e mamma si baciarono di nuovo e lei disse di amarlo. Poi lui le rollò un nuovo spinello e salirono al piano di sopra.

Ricordo altre cose, ma sono accadute più tardi, dopo il mio undicesimo compleanno.
Ero sveglio ed era molto presto – nemmeno le sei. Avevo così tanta adrenalina in corpo che non riuscivo a stare sdraiato. Mamma aveva appeso i miei vestiti ai piedi del letto: vestiti strambi, rigidi per il mio primo giorno nella scuola nuova e cominciai a vestirmi. Sapevo di non stare bene. Per prima cosa non avevo scarpe da ginnastica, solo quelle scarpe nere con la punta bombata. I jeans erano rigidi e troppo scuri. Mamma li aveva comprati per cinque sterline a una bancarella del mercato.
Cercai di dimenticarmi dei vestiti. Lessi per intero un libro di Tintin. Poi ripassai le date dei re e delle regine di Inghilterra. Li avevo imparati a memoria dal Libro del Guinness dei Primati. Pensavo sarebbero stati utili nella nuova scuola. Mi immaginavo elencare a tutta la classe le date e nomi, ottenendo un premio. Poi sfogliai il mio Libro per Bambini delle Cattedrali Inglesi. Sapevo quale re o vescovo avesse costruito ognuna di esse.
Mamma voleva accompagnarmi a scuola, ma non glielo permisi. Mi ero fatto lasciare all’angolo con High Street, sul lato estremo di Cannon Park Estate così che nessuno potesse vederla darmi un bacio. Poi corsi dalla strada ai cancelli della scuola, nel cortile. La New Crosland Comprehensive era un grosso edificio dai profili di acciaio alla fine di High Street. L’intera facciata luccicava per via dei pannelli di perspex: grosse lastre di color giallo e prugna, che risplendevano nella luce del mattino.
Rimasi fermo ai cancelli. Si riuscivano a vedere tre blocchi principali dal cortile: formavano una C intorno allo spazio aperto con l’entrata nel centro. Per tutto il grande spazio aperto, e sui gradini del portone principale, vi erano scolari. Dovevamo metterci in fila secondo gli anni e la classe, ma non riuscivo a vedere dove andare. C'era folla ovunque.
Una banda di ragazzi si stava facendo strada intorno al cortile. “Le quote!” strillavano. “Le quote per la squadra!” Indossavano jeans larghi, bassi intorno alla vita, e giacche con i cappucci sulla testa.
Osservai mentre circondavano un ragazzo nero, più grande di me, ma grasso e dall'aspetto tenero. “La quota!” urlavano. “Dacci i soldi per il pranzo, grossa testa di cazzo! E dovresti metterti a dieta”. Uno di loro lo colpì forte con un pugno e lui barcollò all'indietro, alla ricerca del corrimano. Cadde a terra in maniera goffa, gli occhiali che rovinavano sull'asfalto. A terra tentò di proteggere lo zaino, ma la banda cominciò a prenderlo a calci. I colpi producevano un suono sordo. Il capo afferrò la borsa e la tenne sotto sopra. I quaderni rossi e blu caddero sotto la luce del sole e la penna del ragazzo rotolò attraverso l'asfalto verso di me. Era una di quelle vecchie modello, del tipo che ha bisogno delle cartucce di inchiostro e la feci sparire nella tasca della mia giacca a vento. Il capo della banda non se ne accorse; era alla ricerca di denaro. E gli altri stavano ancora prendendo a calci il ragazzo a terra, facendo a turno come i calci di rigore.
Poi il fracco di botte terminò.
“Sono Savage” disse il capo della banda. “Ricordati la mia faccia, capelli di pezza!” Il ragazzo non disse nulla. Si muoveva con difficoltà, nel tentativo di mettersi a sedere. “Fatti dare due sterline dalla mamma, ok?”, continuò il capo, lanciando lo zaino da un lato. “Ecco quanto ci prenderemo”. E gli sputò addosso. “Sputategli addosso!”, disse agli altri “ Avanti! Sputategli sulla giacca”. Tutti sputarono sui vestiti del ragazzo. Poi uno del banda, basso e smilzo con i capelli biondi, calpestò gli occhiali del ragazzo grasso.
Cominciai a muovermi lentamente fuori dal cortile, lontano dall'edificio luminoso. Mi trovavo a pochi metri da High Street; sarei potuto essere fuori in pochi secondi. Ma mi avevano visto e qualcuno mi diede una spinta dalle spalle. “Quote!” stavano gridando.
Due della squadra erano neri, gli altri bianchi. Ma quello in carica in realtà non era di nessun colore: era molto pallido, quasi traslucido, con la pelle segnata dai brufoli. “Sono Savage”, disse con calma, fissandomi in faccia. Aveva le iridi blu acceso, come pezzi di vetro scheggiato all'interno della gelatina. “Dacci la nostra quota.”
“Cos'è una quota?”, dissi.
“Oh! Cos'è una quota?” Fece con voce da femmina. “Contanti, stramboide. Dacci i nostri soldi per il pranzo”.
“Non ne ho”.
Si protese in avanti per afferrarmi la borsa. “ Colpiscilo!” disse. “ Fallo adesso.” Qualcuno mi diede un calcio dietro e caddi. Poi il capo rovesciò tutta la mia roba sull'asfalto e porse la borsa vuota allo smilzo biondo. “Fruga nella borsa, Terence.”
“Dammela”, dissi io.
“Chiudi il becco.”
Il denaro si trovava nella tasca posteriore. Il biondo lo trovò immediatamente.
“Colpiscilo ancora!” disse il capo. “Bugiardo testa di cazzo”
Due dei ragazzi mi tennero per le braccia e le gambe divaricate, immobilizzate, mentre gli altri cominciarono a prendermi a calci. Devo aver gridato forte, perchè mi stavano imitando. Poi mi lasciarono andare e immediatamente mi piegai in due dal dolore sul terreno, mentre l'intera gang si radunò, colpendomi più forte che potevano.
“Continuate”, gridò il capo, “Fatelo a dovere”.
Mi prendevano a calci la schiena e le gambe. Mi vennero le lacrime agli occhi, e per un'eternità non riuscii a respirare, ma non piansi.
Poi una voce maschile gridò: “Ehi, voi. Venite qui”
“Fanculo”, disse il selvaggio. “Andiamo”
E la gang andò via di corsa.

“Ti ha rotto gli occhiali”, dissi.
“Non fa nulla. Dimenticalo.” Il ragazzo grasso distolse il viso, cercando sul terreno attorno. Gli occhi mi bruciavano; cercavo di non piangere. Ma ritornò verso di me.
“Ecco”. Mi offrì una mano tozza. “Alzati. Ti sentirai meglio.” Così mi misi in piedi. “Mi chiamo Daniel Johnson”, mi disse.
“Merton”, dissi, sfregandomi il volto. “Merton Browne. Guarda, ho preso questa...” Trassi fuori dalla tasca la sua penna.
Daniel fece un ampio sorriso. “Grazie, amico. Mi mamma mi avrebbe ucciso...”
Gli tremava il volto ma si stava facendo forza, mettendosi in ordine gli abiti. L'insegnante che aveva gridato venne da noi.
“State bene ragazzi?”
“Si, professore”, disse Dan.
Io annuii.
“Non volete andare in giro con quei tipi”, ci disse. Indossava un paio di pantaloni da ginnastica e delle vecchie scarpe da ginnastica logore.
“Andiamo, raccogliete le vostre cose. Farete tardi...” E ci precedette, lasciando nell'aria un forte odore di sudore.

martedì 14 settembre 2010

Un Matrimonio (in)Desiderato di Bali Rai

Un Matrimonio (in)Desiderato di Bali Rai (2001) trad. di Salvatore Ciancitto


I bagni della stazione di servizio dell’autostrada a Leicester Forest East puzzano di disinfettante. Ma almeno erano caldi paragonati al freddo vento pungente che si sollevava fuori nel parcheggio, dove i miei due fratelli Harry e Ranjit mi aspettavano. Mi aspettavano per portarmi a Derby, a un matrimonio, il mio matrimonio. Un matrimonio che non avevo chiesto, che non volevo, con una ragazza che non conoscevo. Devono avermi aspettato seduti, ridendo tra di loro su come alla fine mi ero arreso al loro modo di pensare, al loro modo di vivere. Un brav’uomo Punjabi alla fine, dopo anni da teppista, da ribelle, da tossico e da donnaiolo. Almeno, era così che mi avevano chiamato diverse volte.

Pensavo al mio vecchio, che aspettava nel gurudwara (tempio) a Derby, sorridendo di un sorriso forzato mentre l’alcol nel sangue si mangiava via un altro pezzettino del suo fegato, sognando i suoi sogni una volta a colori che ora si svolgevano in una foschia color seppia, intorpidito dalla disgrazia che era suo figlio minore. Io. A pensarci il suo sorriso potrebbe essere stato veramente sincero. Dopo tutto, stavo facendo la cosa giusta, alla fine. Ripristinare l’orgoglio e l’onore che avevo distrutto con le mie azioni ribelli durante i quattro anni precedenti. Sono sicuro che starà là, soddisfatto nel sapere che la sua amata cultura Punjabi l’aveva vinta contro la cultura bianca sporca e corruttiva del Paese che aveva scelto come casa sua. Come i miei fratelli e il resto della mia famiglia, ha scelto di vedere solo quello che voleva vedere, non quello che vi era veramente, come uno sciocco innamorato.

Vedete, se si fossero presi la briga di aprire gli occhi, avrebbero visto me: un diciassettenne, arrabbiato, sconvolto ma determinato. Determinato a fare a modo mio, a scegliere il mio percorso di vita. Avrebbero visto il pennarello lasciato in quei bagni a Leicestr Forest East e si sarebbero resi conto che sotto il mio completo sovrabbondante indossavo i miei veri abiti. Che nella mia testa avevo un motivetto hip-hop che riassumeva esattamente come li avevo fregati. Pensavano che finalmente mi avessero giocato, che stessi ballando la loro musica, mentre per tutto il tempo li avevo fatti ballare secondo la mia. È piuttosto difficile da spiegare il viaggio che avevo fatto negli ultimi anni, ma proverò perché credo che sia una storia che meriti di essere raccontata.

Prima parte- Quattro anni prima

Capitolo uno: “Nemmeno per sogno! Non mi sposerò!”

Stavo urlando, una cosa che non facevo spesso. Mio fratello maggiore, Ranjit, lo aveva scatenato. Ero tornato a casa da scuola e avevo sentito lui e sua moglie fare sesso in camera da letto. Li avevo ignorati ed ero andato in cucina a farmi una ciotola di Frosties, ma lui era sceso, borbottando qualcosa sul fare ginnastica, la sua faccia baffuta tutta rossa per lo sforzo. So che avevo appena compiuto solo tredici anni a quel tempo ma non ero un bambino. Come se non sapessi quello che stavano facendo di sopra! Era solo imbarazzante, ecco tutto. Ma poi, dopo avermi detto una colossale bugia, aveva cominciato a blaterare sul fatto che sarei finito come lui.

“Un giorno, Manjiit, sarai come me. Sposato con una bella ragazza Punjabi… a pensare a fare bambini.” E sarebbe andato anche bene se sua moglie, Jas, non fosse entrata in cucina mentre lui mi diceva tutta quella roba. Erano sposati da pochi mesi soltanto ed era abbastanza brutto doverla chiamare phabbi-ji, cognata in Punjabi. Cavolo, tutto quello che sapeva fare era ridacchiare. Alla fine li ignorai, non facendo caso a quello che Ranjit stava dicendo. Cercavo di non fare molto caso a nessuno della mia famiglia, punto e basta!

Odiavo anche essere chiamato Mannjit. Manny, questo è il mio nome. Manny .Non Manjit. Quello è un nome da femmina. C’era una ragazza che si chiamava Manjit nella mia classe a scuola e tutti i miei amici mi prendevano in giro per questo. Perfino i miei insegnanti mi chiamavano Manny. Se volevano che io rispondessi. Mio fratello sapeva quanto odiassi essere chiamato in quel modo così cercava di sfruttarlo al massimo, quel grasso, puzzolente idiota peloso. Per quanto riguarda essere il più piccolo, be’, questo fatto comportava anche il suo cumulo di dolore. Ogni battuta sembrava fatta a mie spese, come se la sola e unica ragione della mia esistenza fosse divertire i miei fratelli più grandi. C’era Ranjit, che ho già menzionato, e sua moglie Jas, che rideva come una scema, e poi Bilhar che tutti chiamavano Harry. Aveva sedici anni ed era già fidanzato con una ragazza che non aveva mai incontrato. I miei genitori gli avevano mostrato una foto della figlia di un amico, guarnita come una torta nel suo trucco e con indosso un sari rosso, e lui aveva detto “si”, solo sulla base di quella. Ma ancora una volta, questo era il modo in cui stavano le cose nella mia famiglia. Matrimoni organizzati, preferibilmente non appena si era finita la scuola.

Avevo anche due sorelle più grandi, entrambe sposate con figli. Dalbir, la maggiore, aveva venticinque anni e mi era sempre sembrata più una zia che una sorella. L’altra, Balbir, aveva ventuno anni e aveva appena avuto il suo primo bambino, un maschio. Balbir viveva con i suoi suoceri a Gravesend mentre Dalbir viveva a Coventry con i suoi. Ecco come funzionava nella maggior parte delle famiglie Punjabi; le ragazze diventano membri della famiglia in cui si sposano e chiamano i loro suoceri Mamma e Papà. Non avevo mai conosciuto veramente entrambe le mie sorelle perché erano molto più grandi di me. Avevo solo sei anni quando Dalbir si era sposata con un immigrato dall’India. Aveva lavorato in nero per uno zio in una azienda di intimi che sfruttava i suoi dipendenti. Sposare mia sorella gli diede il diritto di rimanere in Inghilterra. Nel caso di Balbir, il mio vecchio aveva preso accordi con uno dei suoi amici, quasi come un affare, così da permettere al marito di Balbir di rimanere anche lui in Inghilterra. Cavolo, l’unica cosa che mancava era l’aspetto finanziario. Era tutto troppo strampalato per me, qualcosa che non riuscivo proprio a capire. Come si poteva sposare una persona che non si era mai incontrata? Come poteva funzionare? Non che avessi mai avuto una ragazza fino ad allora, dunque non ero un esperto, ma tuttavia, non riuscivo ad afferrare l’idea intera.

Anche i miei genitori erano strani. La mia vecchia, mia mamma, be’ era una perfetta estranea che non parlava mai con me se non per chiedermi cosa volessi per cena o per strillarmi contro perché cazzeggiavo. Non mi ha mai chiesto come mi sentissi o cosa pensassi o qualcosa del genere. A scuola sentivo tutti i miei amici che parlavano di come le loro madri li avessero aiutati nei compiti. La mia non si era mai preoccupata di scoprire se avessi fatto i compiti, mai avuto la preoccupazione di aiutarmi a farli. Non che lei avesse potuto in qualche modo. Non credo che sia mai andata a scuola.

E mio papà, be’, lui gestiva la famiglia con la paura. Stava sempre o a lavoro o seduto in giro, sbronzo di whisky Teacher, strillando a tutti. Si arrabbiava sempre, forse per qualcosa che aveva visto in TV o per problemi a lavoro, o alle volte senza alcun motivo. Non l’ho mai visto picchiare mia mamma o fare qualcosa del genere. Con lei e con mia cognata si limitava a strillare molto, cosa che le spaventava comunque abbastanza. Però lo avevo visto picchiare i miei fratelli, ogni volta che erano fuori posto, cosa che non capitava spesso perché in sostanza si stavano trasformando in versioni più nuove di lui ed era quello che lui voleva dai suoi figli.

Ma con me era come caccia aperta. Mi picchiava per avergli fatto troppe domande o per aver osato rispondergli male. Una volta, mi aveva dato uno scappellotto per essermela presa con Harry e gli avevo risposto chiamandolo “bastardo”. Quel giorno me le diede con la sua vecchia mazza da hockey che teneva sotto le scale e ho dovuto dire a tutti a scuola che mi ero fatto male giocando a pallone. Mi picchiava sempre, alle volte penso solo perché gli fossi a tiro. Erano pugni o calci o qualunque cosa dura gli capitasse a portata di mano. Non che fossi preoccupato per questo. Voglio dire, lo faceva da quando ero piccolo e lo vedevo come uno dei rischi quotidiani del diventare grandi: tentare di evitare di essere picchiato. Però mi domandavo perché scegliesse proprio me. Alle volte pensavo fosse perché ero il più piccolo e altre pensavo sul serio che mi odiasse per qualche motivo, solo che non mi veniva mai detto quale fosse. Forse riusciva a vedere che ero quello più influenzato dalla cultura occidentale di quanto non lo fossero stati i miei fratelli. Non gli piaceva per niente che il mio migliore amico non fosse asiatico. In ogni caso, essere picchiato continuamente mi faceva sentire un estraneo e la sensazione si fece più forte man mano che crescevo.

Abitavamo a Evington Drive, in un’area amata dalle famiglie Punjabi. C’erano solo tre camere da letto, il che voleva dire che fui costretto a spostarmi dalla mia stanzetta e andare con Harry quando Ranjit si sposò e sua moglie si trasferì da noi. Ranjit e Jas ebbero la mia stanza, anche se c’era spazio solo per il letto, ma questo era un problema loro. Erano loro quelli che mi avevano sgraffignato la stanza.

Dividere la stanza con Harry era il peggiore dei miei incubi. Era grasso e peloso e aveva la cattiva abitudine di lasciare la divisa da calcio sporca, comprese le scarpette infangate, in mezzo alla camera. Faceva il bagno solo ogni tre giorni e in estate la stanza puzzava di sudore stantio dopo che aveva fatto pesi. La notte di solito facevo finta che non ci fosse, coprendomi con la trapunta sulla testa come una tenda, mi mettevo a leggere alla luce di una torcia elettrica. Anche allora mi tirava delle cose o mi chiamava finocchio. “Perché cavolo leggi? Maledetto Dickens: cosa sei, un gorah (bianco) o che? Leggi roba da uomini, na!” Odiavo non avere privacy, tempo per me stesso che non venisse disturbato da un fratello che trovava ancora incredibilmente divertenti le barzellette sulle scoregge. Era così dannatamente ottuso, alle volte era come parlare a un gorilla. Lo odiava. E saltava fuori come un cattivo odore ogni qualvolta volessi un po’ di pace, non aveva importanza dove mi trovassi: in giardino, in garage, dappertutto. Recentemente Ranjit e sua moglie avevano cominciato a fare lo stesso, sempre in giro a ridersela come ragazzini.

Mia mamma stava sempre in cucina, a cucinare oppure a guardare qualche canale asiatico su Sky nel soggiorno. E papà? Be’ non conosceva legge con me, camminando intorno casa come uno zombie ubriaco, ruttando in continuazione. Per scappare, una volta avevo provato a chiudermi a chiave in bagno ma ero riuscito soltanto a beccarmi un pugno in bocca da parte sua per il fastidio procurato. Non potevo nemmeno fare i compiti in pace perché nessuno nella mia famiglia lo riteneva importante. Pensavano che la scuola fosse una perdita di tempo, come moltissime famiglie Punjabi della classe operaia. Tutto quello che interessava loro era cercare di fare soldi e non lo si poteva fare a scuola o al college. Ranjit e Harry trovarono lavoro in fabbrica non appena ebbero lasciato la scuola. Era un miracolo che avessi i voti buoni che avevo: non che a qualcuno della mia famiglia interessasse!

Trascorrevo più tempo possibile fuori con i miei amici. Adrian, il mio migliore amico che avevo conosciuto alla scuola elementare era, come diceva lui stesso, Nero Jamaicano. Trascorrevo la maggior parte del tempo fuori casa, con lui e altri ragazzi. Ma principalmente con Ady. Giocavamo a calcio insieme, per la squadra della scuola e la domenica per una società giovanile locale. A scuola stavamo sempre insieme, ci vedevamo a ogni intervallo per farci quattro risate. Per la mia famiglia Ady sarebbe potuto benissimo essere il diavolo sotto mentite spoglie. Mi stavano sempre addosso per lui, specialmente i miei fratelli e il mio vecchio. Mi mettevo alla porta pronto per fuggire e il mio vecchio appariva, sbronzo di Teacher, sulla soglia del soggiorno. “Torna indietro, Manjit!” urlava in Punjabi. Sapevo sempre cosa stava per accadere così facevo una smorfia. “Dove stai andando?”. Parlava spesso in questo ibrido tra Inglese e Punjabi che mi faceva sempre sorridere di nascosto perché sembrava tanto buffo e poi – TAC – l’orecchio sinistro cominciava a bruciare. “Dove stai …?” “Fuori” era tutto quello che gli dicevo.

“Non sono cieco, Manjit. Lo vedo che stai andando fuori. Dove?”

“Solo giù in strada con Ady”

“Ady? Maledizione! Perché stai sempre con quel kalah (nero)?”

Ed era tutto. Mi infuriavo perché il mio vecchio insultava il mio migliore amico. Lo chiamavo razzista, mi beccavo un altro scappellotto e poi tirava fuori tutti i suoi pregiudizi riguardo ai Neri.

“Vedi se non ho ragione! Quel kalah ti porterà alla droga. Guarda il telegiornale, ragazzo, so cosa diavolo fanno questi keleh, prendono droga schifosa. Cattive compagnie! Ti metterai a rubare e a fumare…”

Mi beccavo un altro ceffone e poi mi precipitavo fuori casa, con lui che imprecava alle mie spalle, strillava, dicendomi di tornare per cena o che altro. Come se gli importasse sul serio. Era ubriaco ogni sera, dopo il lavoro e tutti i fine settimana, sebbene facesse finta di non bere la domenica. La maggior parte delle sere perdeva i sensi entro le dieci e si dimenticava di volermi picchiare per essere rientrato oltre l’orario consentito.

Per quanto riguarda la faccenda del rubare e del fumare, non ne sapeva nulla. In realtà, ero stato io a portare Ady sulla cattiva strada. Ero io quello che aveva cominciato a rubare nei negozi o in posti come Boots o HMV, deodoranti e CD e altra roba. Era così facile che riuscii a trascinarmi Ady. Rubavamo rossetti, gel per capelli, ogni sorta di cose: su ordinazione, rivendendoli a metà prezzo ad altri ragazzi a scuola. Non era niente di serio. Era più un modo per farsi belli, come fumare. Lo facevamo solo per farcela con quelli più grandi o perché pensavamo, stupidamente, che avrebbe impressionato le ragazze. Non mi era nemmeno piaciuto il sapore. Immagino che tutto questo facesse parte del diventare grandi: fare i ribelli.

Andy era un tipo tranquillo, come se niente potesse mai toccarlo o sconvolgerlo, ma sotto molti aspetti era molto simile a me. Viveva con sua mamma e suo papà, che avevano studiato e volevano che lui andasse bene a scuola. Suo fratello era circa cinque anni più grande di noi ed era una specie di piccolo spacciatore. Roba da poco, solo qualcosina qua e là. Ma Ady voleva essere come lui e aveva questa cosa di non voler fare quello che i suoi genitori volevano. Ady non aveva nemmeno un motivo particolare: gli piaceva solamente giocare a fare il cattivo, il che, a quell’età, era piuttosto divertente.

Non mi interessava quello che dicevano di lui. Era mio amico e facevamo tutto insieme. Le mie prime avventure con Ady furono il preludio del mio futuro. Come un trailer di un minuto per un film: un assaggio di quello che doveva accadere.[...]

martedì 31 agosto 2010

La Fenice e il tappeto - Edith Nesbit

La Fenice e il Tappeto di Edith Nesbit (1908) trad. di Salvatore Ciancitto

Capitolo 1 – L’uovo

Tutto ebbe inizio il giorno in cui mancava poco al 5 Novembre e un dubbio sorse nel cuore di qualcuno- di Robert, immagino- circa la qualità dei fuochi d’artificio preparati per la festa di Guy Fawkes.

“Erano piuttosto economici”, disse qualcuno, e penso si trattasse di Robert, “e supponiamo che non esplodano quella notte? I figli dei Prosser avranno qualcosa di cui sghignazzare allora.”

“Quelli che ho sono tutti a posto”, disse Jane;” Lo so perché l’uomo al negozio ha detto che valevano il loro prezzo tripplicato …”

“Sono certa che tripplicato non è grammatica”, disse Anthea.

“Naturalmente non lo è”, aggiunse Cyril; “una parola da sola non può essere grammatica; non c’era bisogno di fare tanto gli intelligenti.”

Anthea rimuginava negli angoli nascosti della mente alla ricerca di una risposta molto sgradevole, quando si ricordò che giorno umido fosse e quanto i ragazzi fossero rimasti delusi da quella corsa di andata e ritorno in tram a Londra, che la madre aveva promesso loro quale ricompensa per non aver dimenticato una sola volta, per sei interi giorni, di pulirsi gli stivali sullo zerbino al ritorno da scuola.

Così Anthea disse soltanto: “Non fare tu tanto l’intelligente, Scoiattolo. E i fuochi d’artificio sembrano a posto e avrai gli otto centesimi che il biglietto del tram non ti è costato oggi per comprarci qualcosa in più. Dovresti riuscire a comprare un graziosissimo carrettino per otto centesimi.”

“Direi di si”, disse Cyril con freddezza; “ ma ad ogni modo non sono i tuoi, gli otto centesimi…”

“Ma guardate qui”, disse Robert, “ proprio ora, i fuochi d’artificio. Non vogliamo sembrare poveri davanti ai ragazzi della porta accanto. Perché indossano felpa rossa la domenica, credono che gli altri non valgano nulla.”

“Non indosserei della felpa nemmeno se fosse tanto…, a meno che non fosse nera per esserci decapitata, come se fossi Maria di Scozia, ” disse Anthea con scherno.

Robert rimase fermo sul suo punto. Uno dei punti forti di Robert era la fermezza con cui vi riusciva a rimanere fermo.

“Penso che dovremmo provarli”, disse.

“Stupido!”, disse Cyril, “i fuochi d’artificio sono come i francobolli. Si possono utilizzare una volta sola”.

“Che cosa credi che intendano dire nella pubblicità con <>?”

Ci fu un silenzio di tomba. Poi Cyril si toccò la fronte con il dito e scosse la testa.

“C’è qualcosina di sbagliato qui”, disse. “L’ho sempre temuto del povero Robert. Essere tanto intelligenti, sapete, ed essere primo in algebra così spesso…si potrebbe dire che…”

“Falla finita”, disse Robert, con calore. “Non vedi? Non si possono TESTARE i semi se non si provano TUTTI. Se ne mettono un po’ qui e là e se quelli crescono, puoi stare certo che anche gli altri lo faranno…come si chiama? Me l’ha detto Papà…conforme al campione. Non pensi che dovremmo saggiare i fuochi d’artificio? Chiudiamo gli occhi, ognuno ne prende uno e li proviamo.”.

“Ma piove a catinelle!”, disse Jane.

“E la regina Anna è morta”, aggiunse Robert. Nessuno era di buon umore. “Non c’è bisogno di uscire per provarli; possiamo tirare indietro il tavolo e farli partire sul vecchio vassoio da tè con cui giochiamo a toboga. Non so cosa ne pensi tu, ma credo che sia il momento di fare qualcosa e questo sarebbe molto utile; poiché non dovremmo solo sperare che i fuochi d’artificio facciano spaventare i Prosser…dobbiamo esserne certi. “

“Sarebbe qualcosa da fare”, ammise Cyril con languida approvazione.

Così il tavolo venne spostato. E dunque il buco nel tappeto, che era stato vicino la finestra fin tanto che il tappeto era girato, si mostrò orrendamente. Anthea uscì di soppiatto, in punta di piedi, prese il vassoio quando la cuoca non guardava, lo portò dentro e lo mise sopra il buco.

Poi tutti i fuochi d’artificio vennero messi sul tavolo e tutti e quattro ragazzi chiusero stretti gli occhi, allungarono una mano e ne afferrarono uno. Robert prese un petardo, Cyril e Anthea ebbero delle Candele Romane; ma la manina paffuta di Jane si chiuse sulla perla dell’intera collezione, la Fontana Luminosa che era costata due scellini, e uno del gruppo – non dirò chi, perché ne fu dispiaciuto più tardi - dichiarò che Jane l’aveva fatto apposta. Ciò che è peggio è che i quattro bambini, con un vero e proprio disdegno di qualunque cosa anche lievemente al limite del vile, avevano una regola, immutabile come quelle dei Medi e dei Persiani, per cui si doveva restare fedeli al risultato di una moneta gettata in aria, o di una estrazione a sorte, o di ogni altro appello alla fortuna, per quanto potesse capitare di non gradire il modo in cui si stavano mettendo le cose.

“Non volevo…”, disse Jane, quasi in lacrime. “Non mi importa, ne prenderò un altro…”.

“Sai bene che non è possibile”, disse Cyril, in tono aspro. “E’ stabilito. E’ Medio e Persiano. L’hai fatto e dovrai rimanerne fedele, ed anche noi, per sfortuna. Non importa. Avrai la tua paghetta prima del cinque. Comunque, accenderemo la Fontana Luminosa per ULTIMA e ne trarremo il meglio possibile.”

Così il petardo e le candele Romane vennero accese e furono quanto ci si poteva aspettare dal loro prezzo; ma quando toccò alla Fontana Luminosa, questa rimase seduta sul vassoio e fece loro una risata, come disse Cyril. Tentarono di accenderla con la carta e tentarono di accenderla con i fiammiferi; tentarono di accenderla con i fiammiferi controvento Vesuviani presi dalla tasca del soprabito scadente del padre appeso all’ingresso. E poi Anthea scomparì verso l’armadio sotto le scale dove si tenevano le scope e le palette e i ciocchi resinosi di pino per accendere il fuoco, i giornali vecchi, la cera d’api, la trementina, i ruvidi e rigidi stracci neri per pulire l’ottone e i mobili, e la paraffina per le lampade. Tornò con un barattolino che una volta era costato sette centesimi e mezzo quando era pieno di gelatina di ribes rosso; ma la gelatina venne mangiata tutta molto tempo addietro e ora Anthea aveva riempito il barattolo di paraffina. Entrò e gettò la paraffina sul vassoio proprio nel momento in cui Cyril tentava di accendere la Fontana Luminosa con il ventitreesimo fiammifero. La Fontana Luminosa non prese fuoco più del solito ma la paraffina agì in maniera diversa e in un istante una calda fiammata partì verso l’alto e bruciò le ciglia di Cyril e scottò il viso di tutti e quattro prima che potessero allontanarsi. Indietreggiarono, con quattro balzi veloci, il più lontano possibile, cioè verso il muro, e la colonna di fuoco dal pavimento raggiunse il soffitto.

“Il mio cappello”, disse Cyril, turbato,”L’hai combinata stavolta, Anthea”.

La fiammata si diffondeva sotto il soffitto come la rosa di fuoco della storia eccitante di Mr Rider Haggard su Allan Quatermain. Robert e Cyril pensarono che non c’era tempo da perdere. Girarono gli angoli del tappeto e lo presero a calci sopra il vassoio. Questo spezzò la colonna di fuoco, che scomparve, non lasciando nient’altro che fumo e un terribile odore di lampade abbassate troppo.

Le mani di tutti si affrettarono al salvataggio, e il fuoco di paraffina venne ridotto a un fagotto di tappeto calpestato, quando all’improvviso un schianto secco sotto i piedi fece ritrarre i pompieri improvvisati. Un altro schianto…il tappeto si muoveva come se vi fosse stato un gatto avvolto dentro; la Fontana Luminosa alla fine si era lasciata accendere ed esplodeva con disperata violenza dentro al tappeto.

Robert, con l’aria di chi faccia l’unica cosa possibile, corse alla finestra e l’aprì. Anthea urlò, Jane scoppiò in lacrime, e Cyril girò il tavolo dalla parte sbagliata sopra il mucchio del tappeto. Ma il fuoco d’artificio andava avanti, esplodendo e scoppiando e crepitando persino sotto il tavolo.

Un momento dopo entrò di corsa la madre, attirata dalle grida di Anthea e in pochi istanti il fuoco d’artificio cessò e vi fu un silenzio di tomba; i bambini si guardavano le facce annerite e, di sottecchi, guardavano il viso bianco della madre.

Il fatto che il tappeto della camera dei giochi fosse rovinato procurò solo una piccola sorpresa né nessuno fu realmente stupito che il letto fosse la conferma dell’immediata fine dell’avventura. Si diceva che tutte le strade portano a Roma; questo può essere vero, ma in ogni caso, durante l’infanzia sono certa che molte strade conducano al letto e si fermano lì…o no?

Il resto dei fuochi d’artificio fu confiscato e la madre non fu contenta quando il padre li fece esplodere nel giardino sul retro, sebbene dicesse: “Be’, in quale altro modo possiamo sbarazzarcene, cara?”

Vedete, il padre aveva dimenticato che i ragazzi erano in castigo e che le finestre della loro camera si affacciavano sul giardino nel retro. Cosicché tutti videro i fuochi nel modo migliore e ammirarono la capacità con cui il padre li maneggiava.

Il giorno seguente tutto fu dimenticato e perdonato; solo la camera dei giochi dovette essere pulita a fondo (come durante le pulizie di primavera) e il soffitto dovette essere imbiancato.

Poi la madre uscì; e proprio all’ora del tè, il giorno dopo, venne un uomo con un tappeto e il padre lo pagò e la madre disse: “Se il tappeto non è in buone condizioni, sa, mi aspetto che venga cambiato”. E l’uomo replicò:”Non c’è un filo fuori posto, signora. È un affare, non ce ne sono altri, e sono più che dispiaciuto di lasciarlo a questo prezzo; ma non si può resistere alle donne, non è vero, signore?” e strizzò l’occhio al padre e andò via.

Poi il tappeto fu steso nella stanza dei giochi e di sicuro non c’era un alcun buco.

Quando l’ultima piega venne srotolata, qualcosa di pesante e rumoroso saltò fuori e rotolò lungo il pavimento della stanza. Tutti i bambini si affannarono a prenderlo e Cyril ci riuscì. Lo portò verso la luce. Aveva la forma di un uovo, molto giallo e lucido, semi trasparente, e aveva uno strano luccichio che cambiava quando lo si teneva in modi diversi. Era come se fosse un uovo con tuorlo di un pallido fuoco che si mostrava appena attraverso il guscio.

“Posso tenerlo, non è vero, mamma?”, domandò Cyril.

E naturalmente la madre disse di no; dovevano restituirlo all’uomo che aveva portato il tappeto, poiché aveva pagato solo per il tappeto e non per un uovo di pietra con un tuorlo di fuoco.


domenica 1 agosto 2010

Il gioco più pericoloso - Richard Connell

Il gioco più pericoloso di Richard Connell (1924) trad. di Salvatore Ciancitto


“Laggiù, sulla destra… da qualche parte… c’è una grossa isola…” disse Whitney “Piuttosto un mistero…”

“Di che isola si tratta?” domandò Rainsford.

“Le vecchie carte nautiche la chiamano l’Isola della Nave Intrappolata” replicò Whitney “Un nome suggestivo, non è vero? I marinai hanno un timore curioso del luogo. Non conosco il perché. Superstizioni…”

“Non riesco a vederla…”, osservò Rainsford, tentando di scrutare attraverso l’umida notte tropicale, palpabile mentre premeva la propria calda e densa oscurità sull’imbarcazione.

“Hai degli occhi buoni” disse Whitney con una risata “ e ti ho visto colpire un’alce che si muoveva nella boscaglia autunnale a più di trecento metri di distanza, ma perfino tu non riesci a vedere per cinque chilometri circa attraverso una notte Caraibica senza luna.”

“Nemmeno per tre metri”, ammise Rainsford “Hugh! E’ come un velluto nero umido.”

“Ci sarà abbastanza luce a Rio”, promise Whitney. “Dovremmo farcela in pochi giorni. Spero che le pistole per giaguari siano arrivati da Pudrey. Dovremmo fare una bella battuta di caccia su per il Rio delle Amazzoni. Gran bello sport, la caccia!”

“Il miglior sport al mondo!”, concordò Rainsford.

“Per il cacciatore…”, corresse Whitney “Non per il giaguaro…”

“Non dire sciocchezze, Whitney”, disse Rainsford. “Sei un cacciatore da caccia grossa, non un filosofo. A chi importa cosa pensa un giaguaro?”

“Forse al giaguaro…?”, osservò Whitney.

“Bah! Non sono in grado di capire!...”

“Ma nonostante questo, sono dell’opinione che capiscano una cosa: la paura. La paura del dolore e la paura della morte.”

“Stupidaggini!”, rise Rainfsord. “Questo tempo torrido ti sta rendendo debole, Whitney. Sii realista. Il mondo è fatto di due categorie: i cacciatori e le prede. Per fortuna, io e te siamo cacciatori. Pensi che abbiamo già passato quell’isola?”

“Non riesco a capirlo al buio. Spero di si.”

“Perché?” chiese Rainford.

“Il posto ha una certa fama… brutta.”

“Cannibali?” suggerì Rainsford.

“Figuriamoci! Perfino i cannibali non vivrebbero in un posto dimenticato da Dio come quello. Ma ormai è entrata nelle storie dei marinai, in qualche modo. Non hai notato che la ciurma sembra avere i nervi a fior di pelle oggi?”

“Sono stati un po’ strani, ora che me ne stai parlando. Perfino il Capitano Nielsen..”

“ Si, perfino quel vecchio Svedese testardo, che andrebbe dal diavolo in persona per chiedergli da accendere. Quegli occhi blu freddi avevano uno sguardo che non gl’avevo mai visto. Tutto quello che sono riuscito a cavargli è stato . Poi mi ha detto, in maniera molto seria, come se l’aria intorno noi fosse in realtà velenosa. Ora, non devi ridere quando ti dirò questo: ho proprio sentito qualcosa simile a un improvviso brivido freddo.

Non c’era vento. Il mare era piatto come un vetro. Ci stavamo avvicinando all’isola in quel momento. Quello che ho sentito è stato un… un brivido nella mente, una specie di terrore improvviso.”

“Pura immaginazione”, disse Rainsford.

“Un solo marinaio superstizioso può infettare l’intera ciurma di una nave con la sua paura.”

“Forse. Ma alle volte penso che i marinai possiedano un senso in più che dice loro quando sono in pericolo. Alle volte penso che il male sia qualcosa di tangibile….con lunghezze d’onda, proprio come il suono e la luce. Un posto malvagio può, per così dire, trasmettere le vibrazioni del male. Ad ogni modo, sono contento che stiamo uscendo da questa zona. Bene, penso che andrò a dormire adesso, Rainsford.”

“Non ho sonno,” disse Rainsford “ Andrò a fumare ancora un po’ sul ponte di poppa.”

“Buonanotte, allora, Rainsford. Ci vediamo a colazione.”

“Bene. Buonanotte, Whitney.”

Non c’era alcun suono nella notte mentre Rainford sedeva là, a parte la vibrazione smorzata del motore che conduceva l’imbarcazione rapidamente attraverso le tenebre, e il fruscio e l’increspatura della scia dell’elica.

Rainsford, adagiandosi su una sdraio in legno, tirava boccate dalla sua pipa di radica preferita in maniera indolente. Il sopore voluttuoso della notte era su di lui. “E’ così buio”, pensò, “che potrei dormire senza chiudere gli occhi; la notte sarebbe le mie palpebre…”

Un suono improvviso lo fece trasalire. Lo udì all’estrema destra, e le orecchie, esperte di queste faccende, non potevano ingannarsi. Di nuovo sentì il suono e poi ancora un’altra volta. Da qualche parte, lontano nell’oscurità, qualcuno aveva sparato tre colpi di pistola.

Rainsford scattò in piedi e si mosse rapidamente lungo il corrimano, disorientato. Strinse gli occhi nella direzione dalla quale gli spari erano arrivati, ma era come cercare di vedere attraverso una coltre. Balzò sul corrimano e si tenne in equilibrio per ottenere una maggiore altezza; la pipa, colpendo una fune, fu scalzata dalla bocca. Fece un balzo verso di essa; un breve urlo rauco gli venne alle labbra mentre si rese conto di essersi allungato troppo e aver perso l’equilibrio. L’urlo fu strozzato non appena le acque del Mar dei Carabi calde come il sangue si chiusero sopra la sua testa.

Si divincolò verso la superficie e tentò di gridare, ma lo sciabordio dell’imbarcazione a tutta velocità lo colpì in piena faccia e l’acqua salata nella bocca aperta lo fece strozzare e soffocare. Disperatamente si diresse con poderose bracciate dietro le luci dell’imbarcazione che si affievolivano, ma si fermò prima di aver nuotato per quindici metri. Una certa freddezza era sopraggiunta; non era la prima volta che si era trovato in una situazione difficile. Esisteva la possibilità che le sua urla potessero essere udite da qualcuno a bordo, ma quella possibilità era scarsa e si faceva sempre più scarsa man mano che l’imbarcazione continuava ad andare a tutta velocità. A fatica si tolse gli indumenti e urlò con tutte le sue forze. Le luci dell’imbarcazione divennero deboli e ormai lontane lucciole; poi furono cancellate interamente dalla notte.

Rainsford si ricordò degli spari. Erano giunti dalla destra e tenacemente si mise a nuotare in quella direzione, nuotando con bracciate lente, ponderate, conservando le energie. Per un periodo di tempo apparentemente senza fine lottò contro l’acqua. Cominciò a contare le bracciate: ne avrebbe forse potuto fare ancora un altro centinaio e poi…

Rainsford sentì un suono. Giunse dal buio, il suono di un urlo alto, il suono di un animale in estremo tormento e terrore.

Non riconobbe l’animale che aveva prodotto il suono, non tentò nemmeno: con rinnovata vitalità nuotò verso il suono. Lo sentì di nuovo e poi fu interrotto da un altro rumore brusco e deciso.

“Un colpo di pistola”, mormorò Rainsford, continuando a nuotare.

Dieci minuti di sforzo deciso portarono un altro suono alle orecchie, il più piacevole che avesse mai udito, il borbottio e il brontolio del mare contro la riva rocciosa. Era quasi sugli scogli prima che li vedesse; in una notte meno tranquilla si sarebbe schiantato contro di essi. Con la forza rimastagli si trascinò fuori dalle acque vorticose. Spuntoni dentellati sembravano sporgere nell’oscurità; con sforzo si mise in piedi, annaspando. Ansimante, le mani escoriate, raggiunse un posto piano sulla cima. Una fitta jungla discendeva dalla sommità delle cime. Quali pericoli quell’intrico di alberi e sottobosco potessero nascondergli non preoccupava Rainsford in quel momento. Tutto ciò che sapeva è che era in salvo dal suo nemico, il mare, e che la più totale stanchezza era su di lui. Si precipitò sul limitare della jungla e cadde a capofitto nel sonno più profondo della sua vita.

Quando aprì gli occhi capì dalla posizione del sole che era tardo pomeriggio. Il sonno gli aveva dato nuovo vigore e una fame pungente lo stava logorando. Si guardò attorno, quasi allegro.

“Dove ci sono colpi di pistola, ci sono uomini. Dove ci sono uomini, c’è cibo.”, pensò. Ma che razza di uomini, si domandò, in un posto così minaccioso. Un fronte ininterrotto di jungla aggrovigliata e frastagliata contornava la riva.

Non vide alcun segno di un sentiero attraverso la fitta maglia di erbacce e alberi: era più semplice camminare lungo la riva, e Rainsford si mosse con difficoltà lungo la prossimità dell’acqua. Non lontano da dove era approdato, si fermò.

Qualcosa di ferito- con tutta probabilità, un grosso animale – si era trascinato a fatica nella boscaglia; l’erba della jungla era spezzata e il verde sottobosco era lacerato; una macchia di erba era sporca di rosso. Un oggetto di piccole dimensioni brillante al sole attirò l’attenzione di Rainsford e lo raccolse. Si trattava di una cartuccia vuota.

“Una ventidue”, notò. “E’ strano. Deve esser stato un animale piuttosto grosso. Il cacciatore doveva essere piuttosto nervoso per affrontarlo con una pistola leggera. E’ chiaro che il bestione abbia ingaggiato una lotta. Suppongo che i primi tre colpi che ho sentito furono il momento in cui il cacciatore ha stanato la sua preda e l’ha ferita. L’ultimo colpo fu quando l’ha seguita fin qui e poi l’ha finita.”

Esaminò il terreno attentamente e trovò ciò che aveva sperato di trovare: l’orma di stivali da caccia. Puntavano lungo la cima nella direzione che aveva intrapreso. In maniera impaziente si affrettò a risalire, ora scivolando su un ramo marcio o su una pietra sdrucciolevole, ma avanzando. La notte cominciava a calare sull’isola.

Un’oscurità fredda e tetra tingeva di nero il mare e la jungla quando Rainsford avvistò delle luci. Gli si presentarono non appena ebbe girato una stretta curva lungo la costa; e il suo primo pensiero fu di essersi imbattuto in un villaggio, poiché vi erano molte luci. Ma mentre proseguiva nella sua avanzata vide con suo immenso stupore che tutte le luci erano in un solo enorme edificio: una struttura superba con torri appuntite che affondavano in alto nell’oscurità. Gli occhi distinsero i contorni vaghi di un sontuoso castello in stile francese; era situato su un promontorio a picco e su suoi tre lati le scogliere si tuffavano là dove il mare lambiva avido nelle ombre.

“Un miraggio”, pensò Rainsford. Ma non si trattava di un miraggio, quando aprì l’alto cancello di ferro con le punte. I gradini di pietra erano piuttosto reali; la massiccia porta con un gargoyle dallo sguardo malevolo come battente era piuttosto reale, eppure su tutto aleggiava un’aria irreale.

Sollevò il battente, e cigolò freddamente, come se non fosse mai stato utilizzato. Lo lasciò cadere e questo lo fece trasalire per via del suono rimbombante che produsse. Pensò di sentire dei passi all’interno; la porta rimase chiusa. Di nuovo Rainsford sollevò il pesante battente e lo lasciò cadere. La porta si aprì allora- si aprì all’improvviso come se vi fosse stata una molla – e Rainsford rimase a sbattere le palpebre nel fiume abbagliante di luce dorata che si riversava fuori da essa. La prima cosa che gli occhi di Rainsford distinsero fu l’uomo più grande che Rainsford avesse mai visto; una creatura gigantesca, di costituzione solida e con una barba nera fino alla vita. Nella mano teneva un revolver dalla canna lunga puntato direttamente al cuore di Rainsford.

Dal groviglio della barba due occhietti osservavano Rainsford.

“Non si allarmi”, disse Rainsford con un sorriso che sperava fosse disarmante.”Non sono un ladro. Sono caduto da un’imbarcazione. Mi chiamo Sanger Rainsford, da New York City,”

Lo sguardo minaccioso negli occhi non mutò. Il revolver puntato tanto rigidamente come se il gigante fosse una statua. Non dava alcun segno che comprendesse le parole di Rainsford o che le avesse perfino sentite. Indossava un’uniforme, un’uniforme nera con i bordi in astrakan grigio.

“Sono Sanger Rainsford di New York”, Rainsford ricominciò. “Sono caduto da un’imbarcazione. Ho fame.”

La sola risposta dell’uomo fu di sollevare con il pollice il cane del revolver. Poi Rainsford vide la mano libera dell’uomo portarsi alla fronte in un saluto militare e lo vide sbattere i tacchi tra loro e mettersi sull’attenti. Un altro uomo scendeva dagli ampi gradini di marmo, un uomo diritto e snello in abiti serali. Avanzò verso Rainsford e gli porse la mano.

Con una voce raffinata, marcata da un lieve accento che gli dava una maggiore accuratezza e calma, disse: “E’ un piacere davvero enorme e un onore accogliere Mr. Sanger Rainsford, il famoso cacciatore, nella mia dimora”.

In maniera automatica Rainsford strinse la mano dell’uomo.

“Ho letto il suo libro sulla caccia ai leopardi della neve in Tibet, sa…”, spiegò l’uomo. “Sono il Generale Zaroff”.

La prima impressione di Rainsford fu che l’uomo fosse particolarmente affascinante; la seconda fu che c’era una qualità originale, piuttosto bizzarra, sul viso del generale. Era un uomo alto, di oltre la mezza età, poiché i capelli erano di un bianco vivo; ma le sopracciglia spesse e i baffi militareschi appuntiti erano neri come la notte dalla quale Rainford era giunto. Anche gli occhi erano neri e molto luminosi. Aveva gli zigomi alti, un naso appuntito, un viso asciutto e scuro; il viso di un uomo abituato a dare ordini, il viso di un aristocratico. Volgendosi al gigante in uniforme, il generale gli fece un segno. Il gigante mise via la pistola, salutò e si ritirò.

“Ivan è un individuo straordinariamente robusto”, sottolineò il generale, “ma ha la sfortuna di essere sordo-muto. Un essere semplice, ma, temo, come tutta la sua razza, un po’ selvaggio”.

“E’ Russo?”

“E’ un cosacco”, disse il generale, e il sorriso mostrò delle labbra rosse e dei denti aguzzi. “Come me”.

“Venga”, disse, “non dovremmo chiacchierare qui. Possiamo parlare dopo. Ora ha bisogno di abiti, cibo e riposo. Li avrà. Questo è un luogo di enorme riposo.”

Ivan era riapparso e il generale gli parlò con le labbra che si muovevano senza produrre alcun suono.

“Segua Ivan, per favore, Mr. Rainsford”, disse il generale. “Ero in procinto di cenare quando è arrivato lei. L’aspetterò. Troverà che i miei abiti le andranno bene, suppongo.”

Fu fino a un enorme camera da letto, con il soffitto a travi e un letto a baldacchino grande abbastanza per sei persone, che Rainsford seguì il silenzioso gigante. Ivan preparò un abito per la cena, e Rainsford, mentre lo indossava, notò che proveniva da un sarto londinese che di solito tagliava e cucina per nessun individuo inferiore al rango di duca.

La sala da pranzo nella quale Ivan lo condusse era notevole sotto molti aspetti. Aleggiava una certa magnificenza medievale: dava l’impressione di una sala baronale dei tempi feudali con i suoi pannelli di quercia, l’alto soffitto, gli ampi tavoli da pranzo dove una quarantina di uomini avrebbero potuto sedersi a mangiare. Intorno alla sala erano appese le teste di molti animali: leoni, tigri, elefanti, alci, orsi. Rainsford non ne aveva mai visti esemplari più grandi o più perfetti. Al grande tavolo il generale sedeva da solo.

“Prenda un cocktail, Mr Rainsford”, propose. Il cocktail era sorprendentemente buono; e, Rainsford notò, la tavola era apparecchiata con i materiali migliori: lino, cristallo, argento, porcellana.

Mangiavano borsch, la zuppa ricca e rossa con panna acida tanto cara al palato Russo. Scusandosi in parte, il Generale Zaroff disse “Cerchiamo di fare del nostro meglio per conservare le comodità della civiltà qui. Per favore perdoni ogni mancanza. Stiamo fuori dalle piste battute, sa. Pensa che lo champagne abbia sofferto della lunga traversata oceanica?”

“Per niente”, dichiarò Rainsford. Riteneva il generale un ospite molto attento e affabile, un vero cosmopolita. Ma c’era un piccolo aspetto del generale che rendeva Rainsford poco a suo agio. Ogni qualvolta sollevava lo sguardo dal proprio piatto trovava il generale che lo studiava, valutandolo in maniera attenta.

“Forse”, disse il Generale Zaroff “è stato sorpreso che abbia riconosciuto il suo nome. Veda, leggo tutti i libri sulla caccia pubblicati in Inglese, Francese e Russo. Ho un’unica e sola passione nella vita, Mr Rainsford, ed è la caccia.”

“Ha dei trofei meravigliosi qui”, disse Rainsford mentre mangiava un filet mignon particolarmente ben preparato. “Quel Bufalo del Capo è il più grande che abbia mai visto.”

“Oh, quella. Si, era un mostro.”

“L’ha caricata?”

“Mi ha scagliato contro un albero”, disse il generale. “Mi sono fratturato il cranio. Ma ho preso la bestia.”

“Ho sempre pensato”, disse Rainsford “ che il Bufalo del Capo sia la caccia grossa più pericolosa di tutte.”

Per un attimo il generale non rispose; sorrideva con suo curioso sorriso dalle labbra rosse. Poi disse lentamente “No. Si sbaglia. Il Bufalo del Capo non è la caccia grossa più pericolosa”. Prese un sorso di vino.”Qui nella mia riserva su quest’isola,” disse nello stesso tono lento, “Vado a caccia di bestie ben più pericolose”.

Rainsford espresse sorpresa. “Ci sono grandi battute di caccia su quest’isola?”

Il generale annuì. “Le più grandi”.

“Davvero?”

“Oh, non è una cosa naturale qui, ovviamente. Devo popolare l’isola.”

“Che cosa ha importato, generale?” domandò Rainsford. “Tigri?”

Il generale sorrise. “No”, rispose. “Ho perso interesse per la caccia alla tigre alcuni anni fa. Ho sfruttato tutte le sue possibilità, vede. Non vi è rimasto alcun brivido nella tigre, nessun pericolo reale. Io vivo per il pericolo, Mr Rainsford”.

Il generale estrasse dalla tasca un portasigarette dorato e offrì al suo ospite una lunga sigaretta nera con un filtro argentato; era aromatizzata e produsse un odore simile all’incenso.

“Faremo una gran battuta di caccia, lei ed io,” disse il generale. “Sarò felicissimo di avere la sua compagnia”

“Ma che tipo di caccia…” cominciò a dire Rainsford.

“Glielo dirò”, disse il generale. “Sarà divertito, lo so. Penso di poter dire, con ogni modestia, di aver fatto una cosa rara. Ho inventato una nuova sensazione. Posso versarle un altro bicchiere di Porto?”

“La ringrazio, generale”.

Il generale riempì entrambi i bicchieri e disse, “Dio crea alcuni uomini poeti. Di alcuni Egli ne fa re, altri mendicanti. Di me ha fatto un cacciatore. La mia mano è stata fatta per il grilletto, diceva mio padre. Era un uomo molto ricco con un quarto di milione di acri in Crimea ed era uno sportivo appassionato. Quando avevo solo cinque anni mi diede una piccola pistola, fatta appositamente per me a Mosca, per sparare alle rondini. Quando uccisi alcuni dei suoi tacchini premiati, non mi punì: si complimentò con me per la mia abilità nel tiro. Uccisi il mio primo orso nel Caucaso quando avevo dieci anni. La mia intera vita è stata una caccia continua. Entrai nell’esercito – era d’obbligo per i figli dei nobili – e per un certo periodo comandai una divisione di cavalleria Cosacca, ma il mio vero interesse fu sempre la caccia. Ho cacciato qualunque tipo di selvaggina in ogni terra. Mi risulterebbe impossibile raccontarle quanti animali ho ucciso”.

Il generale tirò una boccata dalla sigaretta.

“Dopo la debacle in Russia lasciai il Paese, perché era imprudente per un ufficiale dello Zar rimanere. Molti nobili Russi persero ogni cosa. Io, fortunatamente, avevo investito in maniera massiccia in titoli Americani, così non dovrò mai aprire una sala da tè a Monte Carlo o guidare un taxi a Parigi. Naturalmente, ho continuato a cacciare: grizzly nelle vostre Montagne Rocciose, coccodrilli nel Gange, rinoceronti in Africa Orientale. È stato in Africa che il Bufalo del Capo mi colpì e mi costrinse a letto per sei mesi. Non appena mi ripresi partii per il Rio delle Amazzoni a caccia di giaguari, poiché avevo sentito dire che fossero insolitamente scaltri. Non lo erano…” sospirò il Cosacco. “Non erano per niente una sfida per un cacciatore che sa quello che fa e ha un fucile molto potente. Rimasi amaramente deluso. Una notte ero sdraiato nella mia tenda con un mal di testa lancinante quando un pensiero terribile si insinuò nella mia mente a forza. La caccia cominciava ad annoiarmi! E la caccia, ricordi bene, era stata la mia vita. Ho sentito dire che in America gli uomini d’affari spesso crollano a pezzi quando rinunciano agli affari che erano stati la loro vita.”

“Si, è così”, disse Rainsford.

Il generale sorrise. “Non avevo alcun desiderio di crollare a pezzi,” disse. “Devo fare qualcosa. Ora, la mia è una mente analitica, Mr Rainsford. Senza dubbio alcuno è per questo che mi piacciono i problemi posti dalla caccia.”

“Senza dubbio, Generale Zaroff”.

“Dunque”, continuò il generale, “mi domandai il motivo per cui la caccia non mi affascinasse più. Lei è più giovane di me, Mr. Rainsford, e non ha cacciato quanto me, ma forse può indovinare la risposta.”

“Quale era?”

“Semplicemente questa: la caccia aveva smesso di essere quella voi chiamate . Era diventato troppo facile. Ottenevo sempre la mia preda. Non c’è noia più grande della perfezione.”

Il generale accese una nuova sigaretta.

“Nessun animale ha più alcuna possibilità con me. Non è un’esagerazione: è una certezza matematica. L’animale non ha altro che le sue zampe e il suo istinto. L’istinto non è una sfida per la ragione. Quando riflettei su questo fu un momento tragico per me, glielo assicuro.”

Rainsford appoggiò i gomiti al tavolo, incrociando le braccia, assorto in quello che il suo ospite diceva.

“Mi è venuto come un’ispirazione quello che dovevo fare”, proseguì il generale.

“E cos’era?”

Il generale fece il sorriso pacato di chi abbia affrontato un ostacolo e l’abbia superato con successo. “Ho dovuto inventare un animale nuovo da cacciare”, disse.

“Un animale nuovo? Sta scherzando”

“Nient’affatto”, disse il generale. “Non scherzo mai quando si tratta di caccia. Avevo bisogno di un animale nuovo. Ne trovai uno. Così comprai questa isola, costruii questa casa e qui organizzo la mia caccia. L’isola è perfetta per i miei scopi: ci sono foreste che contengono un labirinto di piste, colline, paludi…”

“Ma l’animale, Generale Zaroff?”

“Oh”, disse il generale, “mi procura la caccia più eccitante al mondo. Nessun altro tipo di caccia può esservi paragonata per un istante. Caccio ogni giorno e ora non mi annoio mai, perché ho una preda con la quale posso mettere in competizione il mio ingegno.”

Lo stupore di Rainsford si palesò sul viso.

“Volevo l’animale ideale da cacciare”, spiegò il generale. “Così mi sono detto e la risposta fu, naturalmente

“Ma nessun animale può ragionare”, obbiettò Rainsford.

“Mio caro amico”, disse il generale, “ ce n’è uno che può”.

“Ma lei non può voler dire del…” boccheggiò Rainsford.

“E perché no?”

“Non posso credere che sia serio, Generale Zaroff. Questo è uno scherzo macabro.”

“Perché non dovrei essere serio? Sto parlando di caccia.”

“Caccia? Per tutte le pistole, Generale Zaroff, sta parlando di omicidio.”

Il generale rise di gusto. Osservò Rainsford canzonatorio. “Mi rifiuto di credere che in un giovanotto tanto moderno e civilizzato come sembra essere lei possa accogliere in sé idee romantiche circa il valore della vita umana. Di certo le sue esperienze in guerra…”

“Non mi hanno fatto scusare l’omicidio a sangue freddo”, concluse Rainsford in maniera severa.

La risata scuoteva il generale. “Lei è straordinariamente buffo!” disse. “Non ci si aspetta oggigiorno di trovare un giovanotto della classe colta, perfino in America, con un opinione tanto ingenua e, se posso definirla così, tardo-Vittoriana. È come trovare una tabacchiera in una limousine. Ah, be’, senza dubbio ha avuto antenati Puritani. Così tanti Americani pare li abbiano avuti. Scommetto che dimenticherà i suoi insegnamenti quando verrà a caccia con me. Si prepari a un brivido del tutto nuovo, Mr Rainsford.”

“Grazie, sono un cacciatore, non un assassino”.

“Santo Cielo”, disse il generale, piuttosto calmo, “di nuovo quella parola spiacevole. Penso di poterle mostrare che i suoi scrupoli hanno scarso fondamento.”

“Davvero?”

“La vita è per i forti, deve essere vissuta dai forti, e, se necessario, presa dai forti. I deboli del mondo sono statti messi qui per dare ai forti piacere. Io sono forte. Perché non dovrei usare il mio dono? Se desidero cacciare, perché non dovrei? Do la caccia alla feccia della terra: marinai provenienti da navi da carico – Neri, Cinesi, Bianchi, Meticci – un purosangue o un segugio valgono di più di una ventina di loro.”

“Ma sono uomini”, disse Rainsford con veemenza.

“Esattamente”, disse il generale. “Ecco perché li uso. Mi dà piacere. Sanno ragionare, in qualche modo. Dunque sono pericolosi.”

“Ma dove li trova?”

La palpebra sinistra del generale batté un rapido occhiolino. “Questa isola è chiamata Trappola per le Navi”, replicò. “Alle volte un dio dei profondi abissi arrabbiato li manda da me. Qualche altra volta, quando la Provvidenza non è così gentile, aiuto io un po’ la Provvidenza. Venga alla finestra con me.”

Rainsford andò alla finestra e guardò fuori in direzione del mare.

“Guardi! Là fuori!” esclamò il generale, indicando un punto nella notte. Gli occhi di Rainsford videro solo il buio, e poi, mentre il generale premeva un bottone, al largo Rainsford vide un bagliore di luci.

Il generale ridacchiò. “Indicano un canale”, disse, “dove non vi è nessuno; rocce giganti con spuntoni affilati come rasoi giacciono nascosti come mostri marini con le mascelle spalancate. Possono frantumare una nave tanto facilmente come frantumo questa noce”. Lasciò cadere una noce sul pavimento di legno massiccio e scagliò il tallone su di essa frantumandola. “Oh si”, disse con noncuranza, come in risposta a una domanda, “Ho l’elettricità. Cerchiamo di essere civilizzati qui”.

“Civilizzati? E lei spara agli uomini?”

Vi fu una traccia di rabbia negli occhi neri del generale, ma durò solo un secondo; e disse, nel modo più amabile possibile, “Santo Cielo, che giovanotto retto che è! Le assicuro che non faccio quello che dice lei. Sarebbe troppo barbaro. Tratto questi visitatori con ogni riguardo. Hanno cibo in abbondanza ed esercizio fisico. Ottengono una forma fisica splendida. Lo vedrà da sé domani.”

“Che vuole dire?”

“Visiteremo la mia scuola di addestramento”, disse il generale sorridendo. “Si trova nella cantina. Ho circa una dozzina di studenti là sotto. Provengono dal brigantino spagnolo San Lucar che ha avuto la cattiva sorte di finire sugli scogli là fuori. Una partita molto scadente, mi dispiace dire. Esemplari scarsi e più abituati al ponte di una nave che alla jungla”. Sollevò la mano e Ivan, che serviva a tavola, portò un denso caffè Turco. Rainsford, con uno sforzo, tenne a freno la lingua.

“E’ una gara, vede”, proseguì il generale in maniera blanda. “Propongo uno di loro che andremo a cacciare. Gli do una scorta di cibo e un ottimo coltello da caccia. Gli do tre ore di precedenza. Io devo seguirlo. A me tocca seguirlo, armato solo di una pistola del calibro e della gittata più piccoli. Se la mia preda mi sfugge per tre giorni interi, vince la gara. Se lo trovo”, il generale sorrise, “perde”.

“Supponiamo che si rifiuti di farsi cacciare?”

“Oh”, disse il generale, “Gli do questa opzione, naturalmente. Non ha bisogno di giocare se non desidera farlo. Se non vuole essere cacciato, lo lascio a Ivan. Ivan una volta aveva l’onore di servire il Grande Zar Bianco in qualità di frustatore ufficiale e ha le proprie idee riguardo allo sport.

Immancabilmente, Mr Rainsford, immancabilmente scelgono la caccia.”

“E se vincono?”

Il sorriso sul viso del generale si allargò. “Fino ad oggi non ho perso”, disse. Poi aggiunse, repentino: “Non voglio che pensi che io sia uno sbruffone, Mr Rainsford. Molti di loro procurano solo il tipo più elementare di problemi. Ogni tanto abbatto un Tartaro. Uno ha quasi vinto. Alla fine ho dovuto usare i cani.”

“I cani?”

“Da questa parte, per cortesia. Le faccio vedere.”

Il generale accompagnò Rainsford ad una finestra. Le luci dalle finestre mandavano un’illuminazione tremolante che creava figure grottesche sul cortile sottostante e Rainsford poteva vedere muoversi nei dintorni una dozzina circa di enormi figure nere; quando si voltarono verso di lui, i loro occhi luccicarono di verde.

“Una muta piuttosto buona, penso” osservò il generale. “Vengono sciolti ogni sera alle sette. Se qualcuno tentasse di entrare – o uscire – dalla mia casa gli accadrebbe qualcosa di estremamente spiacevole.” Mormorò un brano di una canzone delle Folies Bergere.

“E ora”, disse il generale, “Voglio mostrarle la mia nuova collezione di teste. Viene con me in biblioteca?”

“Spero”, disse Rainsford,” che mi scuserà per stasera, Generale Zaroff. Non mi sento molto bene.”

“Ah, davvero?” il generale si informò prontamente. “Bene, suppongo che sia naturale, dopo una lunga nuotata. Ha bisogno di una buona notte di sonno tranquillo. Domani si sentirà un uomo nuovo, ci scommetto. Poi andremo a caccia, eh? Ho una prospettiva piuttosto promettente…” Rainsford si affrettava a lasciare la stanza.

“Mi dispiace non possa venire con me stanotte”, gridò il generale. “Mi aspetto una battuta piuttosto equilibrata: grosso, forte, nero. Sembra ingegnoso…. Be’, buonanotte Mr. Rainsford, spero avrà una buona nottata di riposo”.

Il letto era buono e il pigiama della seta più morbida, ed egli era stanco in ogni fibra del suo essere, ma nondimeno Rainsford non riuscì a calmare la sua mente con l’oppio del sonno. Giaceva ad occhi aperti. Per un momento gli parve di sentire dei passi furtivi nel corridoio fuori dalla porta. Cercò di spalancare la porta, ma non si aprì. Andò alla finestra e guardò fuori. La sua camera si trovava in alto su una delle torri. Le luci del palazzo erano spente ed era buio e silenzioso; ma c’era un frammento di una luna giallastra e alla sua pallida luce riusciva a vedere, in maniera incerta, il cortile. Là, muovendosi tra gli intrecci delle ombre, vi erano delle forme nere e silenziose; i segugi lo sentirono alla finestra, sollevarono lo sguardo, in attesa, con i loro occhi verdi. Rainsford tornò a letto e si sdraiò. Provò in ogni modo ad addormentarsi. Era riuscito ad appisolarsi quando, proprio nel momento in cui sopraggiungeva il mattino, sentì, lontano nella jungla, il debole colpo di una pistola.

Il Generale Zaroff non si presentò che a pranzo. Indossava in maniera impeccabile un abito in tweed da gentiluomo di campagna. Era premuroso nei riguardi allo stato di salute di Rainsford.

“Per quanto mi riguarda”, sospirò il generale, “Non mi sento molto bene. Sono preoccupato, Mr. Rainsford. La scorsa notte ho scoperto tracce della mia antica malattia.”

Allo sguardo interrogativo di Rainsford il generale disse: “Ennui. Noia”.

Poi, prendendo una seconda porzione di crêpes Suzette, il generale spiegò: “La caccia non è andata bene la scorsa notte. Il tizio ha perso la testa. Ha fatto un sentiero che non ha offerto affatto alcun problema. Questo è il guaio con questi marinai; hanno le menti ottuse tanto per cominciare e non sanno come muoversi tra gli alberi. Fanno cose eccessivamente stupide e ovvie. È molto fastidioso. Un altro bicchiere di Chablis, Mr. Rainsford?”

“Generale”, disse Rainsford in tono fermo, “desidero lasciare questa isola immediatamente.”

Il generale sollevò il cespuglio di sopracciglia, sembrava offeso. “Ma, mio caro amico”, protestò il generale, “è appena arrivato. Non ha ancora cacciato…”

“Vorrei andarmene oggi”, disse Rainsford. Vide i profondi occhi neri del generale su di sé che lo studiavano. Il volto del Generale Zaroff improvvisamente si illuminò.

Riempì il bicchiere di Rainsford con il venerabile Chablis da una bottiglia impolverata.

“Stanotte”, disse il generale, “andremo a caccia… lei ed io.”

Rainsford scosse il capo. “No, generale”, disse. “Non caccerò.”

Il generale si strinse nelle spalle e delicatamente ingoiò un acino della serra. “Come desidera, amico mio”, disse. “ La scelta è completamente nelle sue mani. Ma non posso azzardarmi a suggerire che troverà la mia idea di sport più divertente di quella che possiede Ivan?”

Annuì verso l’angolo dove stava il gigante, minaccioso, con le grosse braccia incrociate sul petto grosso come una botte.

“Non ha intenzione di…” strillò Rainsford.

“Mio caro amico”, disse il generale, “non le ho detto che faccio sempre quello che dico per quanto riguarda la caccia? Questa è un’enorme ispirazione. Bevo a un nemico degno della mia tempra… alla fine.” Il generale sollevò il bicchiere, ma Rainsford rimase seduto a fissarlo.

“Troverà questo gioco degno di essere giocato”, disse il generale in maniera entusiasta. “La sua mente contro la mia. La sua conoscenza dei boschi contro la mia. La sua forza e la sua tenacia contro le mie. Una partita di scacchi all’aperto! E la posta in gioco non è priva di valore, eh?”

“E se vinco…” cominciò a dire Rainsford con voce roca.

“Sarò ben disposto a dichiararmi sconfitto se non riesco a trovarla entro mezzanotte del terzo giorno”, disse il Generale Zaroff. “La mia corvetta la porterà sulla terra ferma vicino a una città.” Il generale lesse quello che Rainsford pensava.

“Oh, può fidarsi di me”, disse il Cosacco. “Le do la mia parola di gentiluomo e di sportivo. Naturalmente, in cambio, deve acconsentire a non raccontare nulla della sua visita qui.”

“Non acconsentirò a niente del genere”, disse Rainsford.

“Oh”, disse il generale, “in quel caso… Ma perché discuterne adesso? Tra tre giorni potremo discuterne con una bottiglia di Veuve Cliquot, a meno che…”

Il generale sorseggiò il vino.

Poi un’aria da uomo d’affari lo animò. “Ivan”, disse a Rainsford, “le fornirà degli abiti per la caccia, cibo e un coltello. Le consiglio di indossare mocassini: lasciano scarse tracce. Le suggerisco anche di evitare la grossa palude all’angolo sud-est dell’isola. La chiamiamo la Palude della Morte. Ci sono le sabbie mobili. Uno stupido ci ha provato. La parte deplorevole della vicenda è stato che Lazarus l’ha seguito. Può immaginare i miei sentimenti, Mr. Rainsford. Amavo Lazarus; era il segugio migliore del gruppo. Ebbene, adesso deve scusarmi. Faccio sempre una siesta dopo pranzo. A stento avrà tempo per un riposino, temo. Vorrà cominciare subito, senza dubbio. Non la inseguirò fino all’imbrunire. Cacciare di notte è molto più eccitante che di giorno, non crede? Aurevoir, Mr. Rainsford, aurevoir”. Il Generale Zaroff, con un profondo inchino cortese, si allontanò dalla stanza.

Da un’altra parte giunse Ivan. Sotto un braccio portava dei vestiti da caccia color kaki, una bisaccia con il cibo, un fodero di pelle contenente un coltello da caccia a lama lunga; la mano destra rimase sul revolver con il cane sollevato conficcato nella fusciacca cremisi intorno alla vita.

Rainsford si era fatto strada tra la boscaglia per due ore. “Devo mantenere i nervi saldi. Devo mantenere i nervi saldi”, diceva a denti stretti.

Non era ancora del tutto lucido quando i cancelli del palazzo si chiusero con uno scatto alle sue spalle. La sua unica idea all’inizio fu di porre una certa distanza tra lui e il Generale Zaroff e, per questo scopo, si era gettato a capofitto nella fuga, spronato dai aspri vogatori di qualcosa molto simile al panico. Ora aveva ripreso padronanza di sé, si era fermato, e stava valutando sé stesso e la situazione. Vide che una fuga in linea retta era inutile; inevitabilmente lo avrebbe condotto faccia a faccia con il mare. Si trovava in un quadro con una cornice di acqua, e le sue azioni, chiaramente, dovevano aver luogo all’interno di quella cornice.

“Gli darò una pista da seguire”, mormorò Rainsford, e deviò dal percorso accidentato che aveva seguito nella jungla priva di sentieri. Eseguì una serie di giri intricati; doppiò la sua pista più volte, ricordando tutto l’insieme di tradizioni legate alla caccia alla volpe, e tutti i sotterfugi della volpe. La notte lo colse con le gambe doloranti per la stanchezza, con le mani e il viso sferzati dai rami, su un crinale fitto di boschi. Sapeva sarebbe stato da matti andare alla cieca nel buio, anche se ne avesse avuta la forza. Il suo bisogno di riposo era impellente e pensò: “Ho giocato il ruolo della volpe, ora devo fare il gatto della favola”. Un grosso albero con il tronco spesso e rami spiegati era nelle vicinanze, e, avendo cura di non lasciare il minimo segno, si arrampicò fino alla biforcazione dei rami, e, stesosi su uno degli ampi e grossi rami, alla meno peggio, si mise a riposare. La sosta gli portò nuova fiducia e quasi una sensazione di sicurezza. Persino un cacciatore tanto zelante come il Generale Zaroff non poteva rintracciarlo là, disse a sé stesso; solo il diavolo in persona poteva seguire quella pista complicata attraverso la jungla al calare del buio. Ma forse il Generale era un diavolo…

Una notte apprensiva strisciò lenta come un serpente ferito e il sonno non giunse a Rainsford, sebbene il silenzio di un mondo morto fosse sulla jungla. Verso il mattino quando un grigio squallido colorava il cielo, il grido di qualche uccello spaventato concentrò l’attenzione di Rainsford in quella direzione. Qualcosa avanzava attraverso la boscaglia, giungendo in maniera lenta, attenta, giungendo dalla stessa strada tortuosa da cui era giunto Rainsford. Si appiattì sul ramo e, attraverso uno schermo di foglie quasi spesso quanto un arazzo, osservò…che quello che si stava avvicinando era un uomo.

Era il Generale Zaroff. Si era fatto strada con gli occhi fissi nella più alta concentrazione sul terreno davanti a sé. Si fermò, quasi sotto l’albero, si mise in ginocchio e studiò il terreno. L’impulso di Rainsford fu di lanciarsi come una pantera, ma vide che la mano destra del generale stringeva qualcosa di metallo: una piccola automatica.

Il cacciatore scosse il capo diverse volte, come se fosse perplesso. Poi si rimise in piedi e prese dal suo portasigarette una delle sue sigarette nere: il fumo pungente simile all’incenso salì alle narici di Rainsford.

Rainsford trattenne il respiro. Gli occhi del generale si spostarono dal terreno e si muovevano centimetro per centimetro su per l’albero. Rainsford si irrigidì, ogni muscolo teso pronto per un salto. Ma gli occhi acuti del cacciatore si fermarono prima che raggiungessero il grosso ramo su cui Rainsford stava sdraiato; un sorriso si allargò sul viso abbronzato. In maniera piuttosto calcolata soffiò un anello di fumo in aria; poi diede le spalle all’albero e si incamminò tranquillo, lungo il sentiero dal quale era giunto. Il fruscio del sottobosco contro gli stivali da caccia divenne sempre più indistinto.

L’aria trattenuta esplose violentemente dai polmoni di Rainsford. Il suo primo pensiero gli diede la nausea e lo paralizzò. Il generale era in grado di seguire una pista attraverso gli alberi di notte; era in grado di seguire una pista estremamente difficile; deve avere poteri misteriosi; solo per pura e semplice fortuna il Cosacco non era riuscito a vedere la sua preda.

Il secondo pensiero di Rainsford fu persino più terribile. Gli procurò un brivido di terrore freddo lungo tutto il suo essere. Perché il generale aveva sorriso? Perché era tornato indietro?

Rainsford non voleva credere a ciò che la sua ragione gli diceva fosse vero, ma la verità era tanto evidente come il sole che si era ormai fatto strada attraverso la bruma del mattino. Il generale stava giocando con lui! Il generale lo stava risparmiando per un altro giorno di caccia! Il Cosacco era il gatto, lui il topo. Fu allora che Rainsford conobbe il pieno significato della parola terrore.

“Non perderò la calma. No.”

Scivolò giù dall’albero e deviò di nuovo nella boscaglia. Il volto era deciso e costrinse gli ingranaggi della sua mente a funzionare. A quasi trecento metri dal suo nascondiglio si fermò dove un enorme albero morto si appoggiava precario su uno più piccolo ancora vivo. Liberatosi della bisaccia con il cibo, Rainsford estrasse il coltello dal fodero e cominciò a lavorare con tutte le sue forze. Il lavoro fu terminato alla fine e si gettò dietro un tronco caduto a quasi quaranta metri di distanza. Non dovette aspettare a lungo. Il gatto stava tornando per giocare con il topo.

Seguendo la pista con la sicurezza di un segugio, giunse il Generale Zaroff. Niente sfuggiva a quegli occhi neri indagatori, nessun filo di erba spezzato, nessun rametto piegato, nessun orma, non importa quanto sbiadita, nel muschio. Il Cosacco era talmente intento nel suo inseguimento silenzioso che fu sopra la cosa che Rainsford aveva fatto prima di vederla. Il piede tocco il ramo sporgente che era il grilletto. Anche se lo toccò, il generale percepì il pericolo e fece un balzo indietro con l’agilità di una scimmia. Ma non fu abbastanza veloce: l’albero morto, sistemato in maniera delicata sopra quello vivo tagliato, crollò e colpì di striscio il generale a una spalla mentre cadeva, se non fosse stato per la sua prontezza, sarebbe rimasto schiacciato sotto il suo peso. Barcollò, ma non cadde, né fece cadere il revolver. Rimase là, a sfregarsi la spalla ferita e Rainsford, con la paura che gli attanagliava di nuovo il cuore, sentì la risata di scherno del generale riecheggiare per la jungla.

“Rainsford”, chiamò il generale, “se riesce a sentire la mia voce, come suppongo lei possa fare, permetta di congratularmi con lei. Non molti uomini sanno come fare una trappola Malese per uomini. Fortunatamente per me, anche io ho cacciato in Malacca. Si sta dimostrando interessante, Mr. Rainsford. Ora vado a farmi medicare la ferita, è leggera. Ma tornerò. Tornerò.”

Quando il generale, per curare la spalla ammaccata, se ne fu andato, Rainsford riprese la sua fuga. Era una fuga adesso, una fuga disperata e senza speranza che lo condusse per alcune ore. Giunse l’imbrunire, poi il buio ma ancora proseguiva. Il terreno divenne più soffice sotto i mocassini; la vegetazione divenne più rigogliosa, più densa; gli insetti lo pungevano selvaggiamente.

Poi, mentre faceva un passo in avanti, il piede affondò nella fanghiglia. Tentò di liberarsi con uno strattone, ma il fango succhiava il piede crudelmente come se fosse una sanguisuga gigante. Con un sforzo violento, riuscì a liberare il piede. Sapeva dove si trovava adesso. La Palude della Morte e le sue sabbie mobili.

Le mani erano strette in pugni come se il suo sangue freddo fosse qualcosa di tangibile che qualcuno nel buio stesse tentando di strappare alla sua presa. La morbidezza della terra gli aveva dato un’idea. Si allontanò dalle sabbie per circa due metri e, come un enorme castoro preistorico, cominciò a scavare.

Rainsford si era trincerato in Francia quando un secondo di ritardo avrebbe significato la morte. Quello era stato un passato tranquillo paragonato al suo scavare di adesso. La buca si faceva sempre più grande; quando fu al disopra delle sue spalle, si arrampicò fuori e da alcuni arbusti tagliò dei paletti e ne affilò le punte. Piantò questi paletti sul fondo della buca con le punte rivolte verso l’alto. Con dita veloci intessé un tappeto grezzo di erbacce e rametti e con esso coprì l’apertura della buca. Poi, madido di sudore e dolorante per la stanchezza, si rannicchiò dietro al ceppo di un albero colpito da un fulmine.

Sapeva che il suo inseguitore stava giungendo; sentiva il suono felpato dei piedi sulla terra soffice, e la notte gli portava il profumo della sigaretta del generale. Sembrò a Rainsford che il generale arrivasse con una sveltezza insolita; non sentiva la sua avanzata, passo dopo passo. Rainsford, rannicchiato là, non riusciva a vedere il generale né poteva vedere la buca. Visse un anno in un minuto. Poi sentì l’impulso di urlare a squarciagola di gioia, poiché sentì il secco crepitio dei rami che si spezzano mentre la copertura della buca cedeva; sentì il grido acuto di dolore mentre i paletti acuminati trovavano il loro bersaglio. Saltò fuori dal suo nascondiglio. Poi si fece piccolo. A un metro di distanza dalla buca c’era un uomo in piedi, con una torcia elettrica in mano.

“Ben fatto, Rainsford”, disse la voce del generale. “La sua buca Birmana per tigri ha rivendicato uno dei miei cani migliori. Ancora un punto a suo favore. Penso, Mr. Rainsford, che vedrò cosa sarà in grado di fare contro la mia intera muta. Andrò a casa a riposarmi adesso. Grazie per la serata molto divertente”.

All’alba Rainsford, sdraiato vicino alla palude, fu svegliato da un suono che gli fece comprendere di avere cose nuove da imparare riguardo la paura. Era un suono distante, debole e incerto, ma lo conosceva. Era l’abbaiare di una muta di segugi.

Rainsford sapeva che poteva fare solo una di due cose. Poteva rimanere dove si trovava e aspettare. Sarebbe stato un suicidio. Poteva fuggire. Sarebbe stato posporre l’inevitabile. Per un momento rimase là a pensare. Un’idea che possedeva un’occasione azzardata gli venne in mente, e, stringendo la cintura, si allontanò dalla palude.

Il latrare dei cani si faceva più vicino, poi ancora più vicino, e ancora, e più vicino che mai. Su un crinale Rainsford si arrampicò su un albero. Sotto un corso d’acqua, non lontano poco più quattrocento metri, poteva vedere i cespugli muoversi. Strizzando gli occhi, vide la figura magra del Generale Zaroff; proprio davanti a lui Rainsford distinse un’altra figura le cui spalle ampie si ergevano attraverso la sterpaglia alta della jungla; era il gigantesco Ivan e sembrava spinto in avanti da qualche forza invisibile; Rainsford sapeva che Ivan era intento a mantenere la muta al guinzaglio.

Sarebbero stati su di lui in un minuto. La sua mente si mise al lavoro freneticamente. Pensò a un trucchetto indigeno che aveva imparato in Uganda. Scivolò dall’albero. Afferrò un giovane arbusto elastico e vi assicurò il coltello da caccia, con la lama puntata alla pista; con un pezzetto di vite selvatica annodò indietro l’arbusto. Poi se la diede a gambe. I segugi alzarono la voce non appena fiutarono il nuovo odore. Rainsford capì adesso come si sente un animale braccato.

Dovette fermarsi per prendere respiro. Il latrare dei cani si interruppe di colpo e anche il cuore di Rainsford si fermò. Dovevano aver raggiunto il coltello.

Si arrampicò eccitato su un albero e guardò indietro. I suoi inseguitori si erano fermati. Ma la speranza che Rainsford aveva nella mente mentre si arrampicava morì, poiché vide nella vallata che il Generale Zaroff era ancora in piedi. Ma Ivan no. Il coltello, guidato dal ritrarsi dell’albero che scattava come una molla, non aveva fallito del tutto.

Rainsford era quasi ruzzolato a terra quando la muta riprese a latrare.

“Calma, calma, calma!” diceva ansimando, mentre scappava. Un’apertura blu si mostrò tra gli alberi nel folto avanti. I segugi si fecero ancora più vicini. Rainsford si sforzò di proseguire verso quella apertura. La raggiunse. Era la sponda del mare. Attraverso una cala poteva vedere la pietra grigio scuro del palazzotto. A sei metri sotto di lui il mare brontolava e soffiava. Rainsford esitò. Sentiva i cani. Poi saltò lontano in mare…

Quando il generale e la sua muta raggiunsero il luogo presso il mare, il Cosacco si fermò. Per alcuni minuti rimase a scrutare la vastità di acqua verde-azzurra. Scrollò le spalle. Poi si sedette, prese un sorso di brandy da una fiaschetta di argento, accese una sigaretta e mormorò un pezzetto dalla Madame Butterfly.

Quella sera il Generale Zaroff fece una straordinaria cena nella sua sala da pranzo rivestita di pannelli di legno. Ad accompagnarla una bottiglia di Pol Roger e mezza bottiglia di Chambertin. Due leggere seccature lo allontanavano da uno stato di gioia perfetta. Una era il pensiero che sarebbe stato difficile rimpiazzare Ivan; l’altra era che la sua preda gli era sfuggita; naturalmente, l’Americano non aveva giocato secondo le regole: così rifletteva il generale mentre assaporava il suo liquore dopocena. Nella biblioteca lesse, per rilassarsi, alcuni brani di Marco Aurelio. Alle dieci salì in camera sua. Era piacevolmente stanco, si disse, mentre chiudeva la porta a chiave. C’era un leggero chiaro di luna, così, prima di accendere la luce, andò alla finestra e guardò in basso nel cortile. Riusciva a vedere i grossi segugi e urlò loro “Avremo più fortuna la prossima volta”. Poi accese la luce.

Un uomo, che era rimasto nascosto tra le tende del letto, era in piedi nella stanza.

“Rainsford!” urlò il generale. “ In nome di Dio come ha fatto ad arrivare qui?”

“A nuoto”, disse Rainsford. “Ho ritenuto fosse più veloce che attraversare la jungla a piedi.”

Il generale trattenne il respiro e sorrise. “Mi congratulo con lei”, disse. “Ha vinto la partita.”

Rainsford non sorrise. “Sono ancora una bestia braccata”, disse con voce bassa e roca. “Si prepari, Generale Zaroff.”

Il generale fece uno dei suoi inchini più profondi. “Capisco”, disse. “ Splendido! Uno di noi farà da pasto per i segugi. L’altro dormirà in questo letto eccellente. In guardia, Rainsford.”

Non aveva mai dormito in un letto migliore, stabilì Rainsford.