lunedì 14 febbraio 2011

L’illuminazione di Merton Browne –J.M.Shaw

L’illuminazione di Merton Browne – J.M.Shaw (2007)

Non so chi sia mio padre e a dire la verità non mi interessa un cazzo. Non appena ebbe sparato la sua cartuccia, spedendomi a galleggiare nell’utero morbido e scuro di mia madre, strofinò l'attrezzo sotto l’acqua calda, afferrò la giacca e tagliò la corda. Mi domandavo spesso che tipo di uomo avesse prodotto quel singolo getto di sperma vittorioso; quali pensieri gli attanagliassero il cuore mentre sbuffava e il preservativo si spaccava. Ma ho visto i padri degli altri e penso di starmela a cavare anche senza.
Ovviamente mia madre afferma di sapere esattamente chi fosse, ma scommetto che non se lo ricorda con certezza. Non uso il suo nome e non c’è nemmeno ragione per cui debba prendere quello di lei. Sono libero di sceglierne uno tutto mio, se ci pensate. Ad ogni modo il mio nome di battesimo è Merton. A scuola mi chiamavano Merton Browne, con il cognome di mia madre. Poiché mio padre si chiamava McNeill – secondo il resoconto prudente di mamma – dovrei in realtà chiamarmi Merton McNeill, che non è poi così male. O potrei provare qualcos’altro. Non importa.

Volevo scrivere tutto quello che è successo, proprio dall’inizio, così che potesse arrivare diritto nella mia testa. Ma il fatto è che non ricordo quasi nulla prima dei miei nove anni.
Il mio primo vero ricordo è essermi nascosto nell’armadio della caldaia con una torcia elettrica a leggere un libro di Tintin, Destinazione Luna. Se avessi sollevato l’angolo del tappeto, avrei potuto vedere la luce della TV nel soggiorno, risplendere attraverso le assi del pavimento. C’era il telegiornale e mamma stava zitta, probabilmente fumava in vestaglia, con i piedi sul divano. Tuck Martin era con lei. Riuscivo a sentirne la voce profonda.
Non stavo esattamente leggendo. Guardavo soltanto Tintin e Snowy nelle loro tute spaziali. Ma quando Tuck cominciò ad alzare la voce, decisi di sparire. Spensi la torcia e chiusi gli occhi e immediatamente l’armadio divenne una navicella spaziale, sigillata ermeticamente. In un attimo fui sparato in alto, per miglia nel cielo e la navetta tremava mentre lasciava l’atmosfera, finchè all’improvviso tutto si fece silenzioso, perché non si può sentire nulla nello spazio. C’erano le stelle tutto intorno e in basso, più splendente di una di loro, il grosso mondo blu.
Ma ci fu un interferenza alla radio. Tuck stava strillando contro mamma. Lei replicava con voce sommessa e immaginavo il fumo che le sfuggiva dalla bocca. Poi Tuck colpì il tavolo della cucina – il rumore scosse i muri e il cuore ebbe un sobbalzo; la voce di mamma cominciò ad alzarsi. Riuscivo a sentirla mentre si sollevava dal divano. Adesso era arrabbiata e gli strillava contro. Ci fu un rumore sordo; cominciò a urlare come se si fosse fatta male. Mi si contrasse lo stomaco e dopo cominciai a cadere, sempre più giù, mille miglia al secondo, di nuovo a terra.
C’era silenzio sul Pianeta Terra quando atterrai: le grida erano cessate. Aspettai un’eternità nel buio. Perfino la TV era muta e pensai che probabilmente Tuck l’avesse fracassata. Sarei potuto rimanere al piano di sopra tutta la sera. Nessuno mi avrebbe cercato. Ma dovevo vedere da me; volevo scoprire cosa avessero combinato. Era tutto troppo silenzioso, mi ricordo di essermi domandato se si fossero uccisi a vicenda o se Tuck se ne fosse andato via. Così aprii il portellone e gettai un’occhiata fuori sul luogo dell’atterraggio e strisciai al piano di sotto.

“Diana, amore, mi dispiace. Non essere arrabbiata, tesoro”.
Tuck era chino sopra mamma, scrutandola fra i capelli, mentre lei era sdraiata sul divano dandogli la schiena. Ero alla porta. Non mi avevano ancora visto.
“Levati dalle palle, perché non la smetti?” Lei teneva un ammasso di carta da cucina contro il viso.
“Ho detto che mi dispiace, cioè. Mi farò perdonare”
“Animale!” disse mamma. “Non avvicinarti.”
Tuck si alzò dal divano e si allontanò, la testa grossa penzoloni in avanti. La mamma si girò su sé stessa e si mise in piedi. Le sanguinavano la bocca e il naso. Mi passò davanti senza dire una parola, allungando una mano alla ringhiera e la sentì salire al piano di sopra. La porta del bagno si chiuse con un schianto e sentii l'acqua battere ritmicamente nella vasca.

Nell’armadio della caldaa, tutto era calmo. Mi appoggiai al muro a leggere Destinazione Luna. Riuscivo a ricordarmi tutto: nomi, dialogo, il modo in cui i pannelli di controllo del razzo erano disposti. Non avevo bisogno di leggere il libro: in pratica potevo raccontarlo a memoria. Cominciai a prepararmi per la fuga, per volare di nuovo nello spazio, e, mentre controllavo che tutto fosse a posto, cominciai a sentirmi calmo.
Ma fu troppo tardi. Tuck risalì e si sedette sul pianerottolo. Cominciò a supplicare mamma attraverso la porta del bagno. “Non fare la matta, Diana, amore. Fammi entrare. Sai che non volevo.” Poi, aprendo lo sportello dell'armadio, cercò di assicurarsi il mio sostegno. “Mettici una parolina per lo zio Tuck, ti va? Ti farò stare sveglio fino a tardi, monello. Ti darò un deca.”
“Questa è la zona di lancio”, dissi, “Liberate l'area”.
“Ora, ascolta....”
Ma mi ritrassi più addentro all'armadio.
“Decollo tra due minuti”.
“Svitato!” disse Tuck. E chiuse la porta con violenza.
Nel buio, nascosi il mio libro nell'angolo del tetto. Ero arenato sulla Terra per la notte, il posto peggiore in cui trovarsi. Tuck si accomodò sulle scale, appoggiando la testa alla parete. Riuscivo a vederlo attraverso lo spiraglio dell'anta dell'armadio, mentre si accendeva uno spinello. Fece un tiro, trattenendo il fumo nei polmoni, e sorrideva, scuotendo il capo. L'odore dell'erba cominciò a riempire l'armadio e lo risucchiai, respirandolo finchè la testa divenne leggera e miei pensieri cominciarono a vorticare, su nello spazio, lontano, finchè il mondo scomparve.

Il chiavistello della porta del bagno scattò indietro e mi trascinai attraverso l'armadio per osservare dallo spiraglio. Mamma fece la sua apparizione in accappatoio, con la faccia contusa e rossa. Tuck le offrì la canna, ma lei lo ignorò, scivolando verso la camera da letto. Nello stesso istante, quando lei sparì, lui aprì l'anta.
“Andiamo, cervellone!”, ghignò, “tua mamma è tornata nella terra dei vivi. Andiamo a farci del tè”.

Io e Tuck mettemmo in ordine il soggiorno. I pesci rossi erano morti, arenati sul tappeto umido accanto alla collezione di dischi di Tuck. Li mise nella pattumiera con un mestolo. Poi abbassò le luci e mise Marvin Gaye sul piatto del giradischi. In un attimo la stanza odorava di erba e di bastoncini di incenso e mi sdraiai sul divano.
Mi svegliai quando mamma mi prese in braccio. Mi stava stringendo, soffiandomi fumo tra i capelli. Poi Tuck aumentò il volume, mia madre mi depose di nuovo sul polistirene e cominciarono a ballare, finché Tuck non le diede una lunga e ammaccata pomiciata.
Dopo lei fece uova fritte e toast e prendemmo un tè, tutti e tre insieme, seduti al tavolo della cucina – “Come una vera e propria famiglia del cazzo”, disse Tuck. Tuck e mamma si baciarono di nuovo e lei disse di amarlo. Poi lui le rollò un nuovo spinello e salirono al piano di sopra.

Ricordo altre cose, ma sono accadute più tardi, dopo il mio undicesimo compleanno.
Ero sveglio ed era molto presto – nemmeno le sei. Avevo così tanta adrenalina in corpo che non riuscivo a stare sdraiato. Mamma aveva appeso i miei vestiti ai piedi del letto: vestiti strambi, rigidi per il mio primo giorno nella scuola nuova e cominciai a vestirmi. Sapevo di non stare bene. Per prima cosa non avevo scarpe da ginnastica, solo quelle scarpe nere con la punta bombata. I jeans erano rigidi e troppo scuri. Mamma li aveva comprati per cinque sterline a una bancarella del mercato.
Cercai di dimenticarmi dei vestiti. Lessi per intero un libro di Tintin. Poi ripassai le date dei re e delle regine di Inghilterra. Li avevo imparati a memoria dal Libro del Guinness dei Primati. Pensavo sarebbero stati utili nella nuova scuola. Mi immaginavo elencare a tutta la classe le date e nomi, ottenendo un premio. Poi sfogliai il mio Libro per Bambini delle Cattedrali Inglesi. Sapevo quale re o vescovo avesse costruito ognuna di esse.
Mamma voleva accompagnarmi a scuola, ma non glielo permisi. Mi ero fatto lasciare all’angolo con High Street, sul lato estremo di Cannon Park Estate così che nessuno potesse vederla darmi un bacio. Poi corsi dalla strada ai cancelli della scuola, nel cortile. La New Crosland Comprehensive era un grosso edificio dai profili di acciaio alla fine di High Street. L’intera facciata luccicava per via dei pannelli di perspex: grosse lastre di color giallo e prugna, che risplendevano nella luce del mattino.
Rimasi fermo ai cancelli. Si riuscivano a vedere tre blocchi principali dal cortile: formavano una C intorno allo spazio aperto con l’entrata nel centro. Per tutto il grande spazio aperto, e sui gradini del portone principale, vi erano scolari. Dovevamo metterci in fila secondo gli anni e la classe, ma non riuscivo a vedere dove andare. C'era folla ovunque.
Una banda di ragazzi si stava facendo strada intorno al cortile. “Le quote!” strillavano. “Le quote per la squadra!” Indossavano jeans larghi, bassi intorno alla vita, e giacche con i cappucci sulla testa.
Osservai mentre circondavano un ragazzo nero, più grande di me, ma grasso e dall'aspetto tenero. “La quota!” urlavano. “Dacci i soldi per il pranzo, grossa testa di cazzo! E dovresti metterti a dieta”. Uno di loro lo colpì forte con un pugno e lui barcollò all'indietro, alla ricerca del corrimano. Cadde a terra in maniera goffa, gli occhiali che rovinavano sull'asfalto. A terra tentò di proteggere lo zaino, ma la banda cominciò a prenderlo a calci. I colpi producevano un suono sordo. Il capo afferrò la borsa e la tenne sotto sopra. I quaderni rossi e blu caddero sotto la luce del sole e la penna del ragazzo rotolò attraverso l'asfalto verso di me. Era una di quelle vecchie modello, del tipo che ha bisogno delle cartucce di inchiostro e la feci sparire nella tasca della mia giacca a vento. Il capo della banda non se ne accorse; era alla ricerca di denaro. E gli altri stavano ancora prendendo a calci il ragazzo a terra, facendo a turno come i calci di rigore.
Poi il fracco di botte terminò.
“Sono Savage” disse il capo della banda. “Ricordati la mia faccia, capelli di pezza!” Il ragazzo non disse nulla. Si muoveva con difficoltà, nel tentativo di mettersi a sedere. “Fatti dare due sterline dalla mamma, ok?”, continuò il capo, lanciando lo zaino da un lato. “Ecco quanto ci prenderemo”. E gli sputò addosso. “Sputategli addosso!”, disse agli altri “ Avanti! Sputategli sulla giacca”. Tutti sputarono sui vestiti del ragazzo. Poi uno del banda, basso e smilzo con i capelli biondi, calpestò gli occhiali del ragazzo grasso.
Cominciai a muovermi lentamente fuori dal cortile, lontano dall'edificio luminoso. Mi trovavo a pochi metri da High Street; sarei potuto essere fuori in pochi secondi. Ma mi avevano visto e qualcuno mi diede una spinta dalle spalle. “Quote!” stavano gridando.
Due della squadra erano neri, gli altri bianchi. Ma quello in carica in realtà non era di nessun colore: era molto pallido, quasi traslucido, con la pelle segnata dai brufoli. “Sono Savage”, disse con calma, fissandomi in faccia. Aveva le iridi blu acceso, come pezzi di vetro scheggiato all'interno della gelatina. “Dacci la nostra quota.”
“Cos'è una quota?”, dissi.
“Oh! Cos'è una quota?” Fece con voce da femmina. “Contanti, stramboide. Dacci i nostri soldi per il pranzo”.
“Non ne ho”.
Si protese in avanti per afferrarmi la borsa. “ Colpiscilo!” disse. “ Fallo adesso.” Qualcuno mi diede un calcio dietro e caddi. Poi il capo rovesciò tutta la mia roba sull'asfalto e porse la borsa vuota allo smilzo biondo. “Fruga nella borsa, Terence.”
“Dammela”, dissi io.
“Chiudi il becco.”
Il denaro si trovava nella tasca posteriore. Il biondo lo trovò immediatamente.
“Colpiscilo ancora!” disse il capo. “Bugiardo testa di cazzo”
Due dei ragazzi mi tennero per le braccia e le gambe divaricate, immobilizzate, mentre gli altri cominciarono a prendermi a calci. Devo aver gridato forte, perchè mi stavano imitando. Poi mi lasciarono andare e immediatamente mi piegai in due dal dolore sul terreno, mentre l'intera gang si radunò, colpendomi più forte che potevano.
“Continuate”, gridò il capo, “Fatelo a dovere”.
Mi prendevano a calci la schiena e le gambe. Mi vennero le lacrime agli occhi, e per un'eternità non riuscii a respirare, ma non piansi.
Poi una voce maschile gridò: “Ehi, voi. Venite qui”
“Fanculo”, disse il selvaggio. “Andiamo”
E la gang andò via di corsa.

“Ti ha rotto gli occhiali”, dissi.
“Non fa nulla. Dimenticalo.” Il ragazzo grasso distolse il viso, cercando sul terreno attorno. Gli occhi mi bruciavano; cercavo di non piangere. Ma ritornò verso di me.
“Ecco”. Mi offrì una mano tozza. “Alzati. Ti sentirai meglio.” Così mi misi in piedi. “Mi chiamo Daniel Johnson”, mi disse.
“Merton”, dissi, sfregandomi il volto. “Merton Browne. Guarda, ho preso questa...” Trassi fuori dalla tasca la sua penna.
Daniel fece un ampio sorriso. “Grazie, amico. Mi mamma mi avrebbe ucciso...”
Gli tremava il volto ma si stava facendo forza, mettendosi in ordine gli abiti. L'insegnante che aveva gridato venne da noi.
“State bene ragazzi?”
“Si, professore”, disse Dan.
Io annuii.
“Non volete andare in giro con quei tipi”, ci disse. Indossava un paio di pantaloni da ginnastica e delle vecchie scarpe da ginnastica logore.
“Andiamo, raccogliete le vostre cose. Farete tardi...” E ci precedette, lasciando nell'aria un forte odore di sudore.