Un Matrimonio (in)Desiderato di Bali Rai (2001) trad. di Salvatore Ciancitto
I bagni della stazione di servizio dell’autostrada a Leicester Forest East puzzano di disinfettante. Ma almeno erano caldi paragonati al freddo vento pungente che si sollevava fuori nel parcheggio, dove i miei due fratelli Harry e Ranjit mi aspettavano. Mi aspettavano per portarmi a Derby, a un matrimonio, il mio matrimonio. Un matrimonio che non avevo chiesto, che non volevo, con una ragazza che non conoscevo. Devono avermi aspettato seduti, ridendo tra di loro su come alla fine mi ero arreso al loro modo di pensare, al loro modo di vivere. Un brav’uomo Punjabi alla fine, dopo anni da teppista, da ribelle, da tossico e da donnaiolo. Almeno, era così che mi avevano chiamato diverse volte.
Pensavo al mio vecchio, che aspettava nel gurudwara (tempio) a Derby, sorridendo di un sorriso forzato mentre l’alcol nel sangue si mangiava via un altro pezzettino del suo fegato, sognando i suoi sogni una volta a colori che ora si svolgevano in una foschia color seppia, intorpidito dalla disgrazia che era suo figlio minore. Io. A pensarci il suo sorriso potrebbe essere stato veramente sincero. Dopo tutto, stavo facendo la cosa giusta, alla fine. Ripristinare l’orgoglio e l’onore che avevo distrutto con le mie azioni ribelli durante i quattro anni precedenti. Sono sicuro che starà là, soddisfatto nel sapere che la sua amata cultura Punjabi l’aveva vinta contro la cultura bianca sporca e corruttiva del Paese che aveva scelto come casa sua. Come i miei fratelli e il resto della mia famiglia, ha scelto di vedere solo quello che voleva vedere, non quello che vi era veramente, come uno sciocco innamorato.
Vedete, se si fossero presi la briga di aprire gli occhi, avrebbero visto me: un diciassettenne, arrabbiato, sconvolto ma determinato. Determinato a fare a modo mio, a scegliere il mio percorso di vita. Avrebbero visto il pennarello lasciato in quei bagni a Leicestr Forest East e si sarebbero resi conto che sotto il mio completo sovrabbondante indossavo i miei veri abiti. Che nella mia testa avevo un motivetto hip-hop che riassumeva esattamente come li avevo fregati. Pensavano che finalmente mi avessero giocato, che stessi ballando la loro musica, mentre per tutto il tempo li avevo fatti ballare secondo la mia. È piuttosto difficile da spiegare il viaggio che avevo fatto negli ultimi anni, ma proverò perché credo che sia una storia che meriti di essere raccontata.
Prima parte- Quattro anni prima
Capitolo uno: “Nemmeno per sogno! Non mi sposerò!”
Stavo urlando, una cosa che non facevo spesso. Mio fratello maggiore, Ranjit, lo aveva scatenato. Ero tornato a casa da scuola e avevo sentito lui e sua moglie fare sesso in camera da letto. Li avevo ignorati ed ero andato in cucina a farmi una ciotola di Frosties, ma lui era sceso, borbottando qualcosa sul fare ginnastica, la sua faccia baffuta tutta rossa per lo sforzo. So che avevo appena compiuto solo tredici anni a quel tempo ma non ero un bambino. Come se non sapessi quello che stavano facendo di sopra! Era solo imbarazzante, ecco tutto. Ma poi, dopo avermi detto una colossale bugia, aveva cominciato a blaterare sul fatto che sarei finito come lui.
“Un giorno, Manjiit, sarai come me. Sposato con una bella ragazza Punjabi… a pensare a fare bambini.” E sarebbe andato anche bene se sua moglie, Jas, non fosse entrata in cucina mentre lui mi diceva tutta quella roba. Erano sposati da pochi mesi soltanto ed era abbastanza brutto doverla chiamare phabbi-ji, cognata in Punjabi. Cavolo, tutto quello che sapeva fare era ridacchiare. Alla fine li ignorai, non facendo caso a quello che Ranjit stava dicendo. Cercavo di non fare molto caso a nessuno della mia famiglia, punto e basta!
Odiavo anche essere chiamato Mannjit. Manny, questo è il mio nome. Manny .Non Manjit. Quello è un nome da femmina. C’era una ragazza che si chiamava Manjit nella mia classe a scuola e tutti i miei amici mi prendevano in giro per questo. Perfino i miei insegnanti mi chiamavano Manny. Se volevano che io rispondessi. Mio fratello sapeva quanto odiassi essere chiamato in quel modo così cercava di sfruttarlo al massimo, quel grasso, puzzolente idiota peloso. Per quanto riguarda essere il più piccolo, be’, questo fatto comportava anche il suo cumulo di dolore. Ogni battuta sembrava fatta a mie spese, come se la sola e unica ragione della mia esistenza fosse divertire i miei fratelli più grandi. C’era Ranjit, che ho già menzionato, e sua moglie Jas, che rideva come una scema, e poi Bilhar che tutti chiamavano Harry. Aveva sedici anni ed era già fidanzato con una ragazza che non aveva mai incontrato. I miei genitori gli avevano mostrato una foto della figlia di un amico, guarnita come una torta nel suo trucco e con indosso un sari rosso, e lui aveva detto “si”, solo sulla base di quella. Ma ancora una volta, questo era il modo in cui stavano le cose nella mia famiglia. Matrimoni organizzati, preferibilmente non appena si era finita la scuola.
Avevo anche due sorelle più grandi, entrambe sposate con figli. Dalbir, la maggiore, aveva venticinque anni e mi era sempre sembrata più una zia che una sorella. L’altra, Balbir, aveva ventuno anni e aveva appena avuto il suo primo bambino, un maschio. Balbir viveva con i suoi suoceri a Gravesend mentre Dalbir viveva a Coventry con i suoi. Ecco come funzionava nella maggior parte delle famiglie Punjabi; le ragazze diventano membri della famiglia in cui si sposano e chiamano i loro suoceri Mamma e Papà. Non avevo mai conosciuto veramente entrambe le mie sorelle perché erano molto più grandi di me. Avevo solo sei anni quando Dalbir si era sposata con un immigrato dall’India. Aveva lavorato in nero per uno zio in una azienda di intimi che sfruttava i suoi dipendenti. Sposare mia sorella gli diede il diritto di rimanere in Inghilterra. Nel caso di Balbir, il mio vecchio aveva preso accordi con uno dei suoi amici, quasi come un affare, così da permettere al marito di Balbir di rimanere anche lui in Inghilterra. Cavolo, l’unica cosa che mancava era l’aspetto finanziario. Era tutto troppo strampalato per me, qualcosa che non riuscivo proprio a capire. Come si poteva sposare una persona che non si era mai incontrata? Come poteva funzionare? Non che avessi mai avuto una ragazza fino ad allora, dunque non ero un esperto, ma tuttavia, non riuscivo ad afferrare l’idea intera.
Anche i miei genitori erano strani. La mia vecchia, mia mamma, be’ era una perfetta estranea che non parlava mai con me se non per chiedermi cosa volessi per cena o per strillarmi contro perché cazzeggiavo. Non mi ha mai chiesto come mi sentissi o cosa pensassi o qualcosa del genere. A scuola sentivo tutti i miei amici che parlavano di come le loro madri li avessero aiutati nei compiti. La mia non si era mai preoccupata di scoprire se avessi fatto i compiti, mai avuto la preoccupazione di aiutarmi a farli. Non che lei avesse potuto in qualche modo. Non credo che sia mai andata a scuola.
E mio papà, be’, lui gestiva la famiglia con la paura. Stava sempre o a lavoro o seduto in giro, sbronzo di whisky Teacher, strillando a tutti. Si arrabbiava sempre, forse per qualcosa che aveva visto in TV o per problemi a lavoro, o alle volte senza alcun motivo. Non l’ho mai visto picchiare mia mamma o fare qualcosa del genere. Con lei e con mia cognata si limitava a strillare molto, cosa che le spaventava comunque abbastanza. Però lo avevo visto picchiare i miei fratelli, ogni volta che erano fuori posto, cosa che non capitava spesso perché in sostanza si stavano trasformando in versioni più nuove di lui ed era quello che lui voleva dai suoi figli.
Ma con me era come caccia aperta. Mi picchiava per avergli fatto troppe domande o per aver osato rispondergli male. Una volta, mi aveva dato uno scappellotto per essermela presa con Harry e gli avevo risposto chiamandolo “bastardo”. Quel giorno me le diede con la sua vecchia mazza da hockey che teneva sotto le scale e ho dovuto dire a tutti a scuola che mi ero fatto male giocando a pallone. Mi picchiava sempre, alle volte penso solo perché gli fossi a tiro. Erano pugni o calci o qualunque cosa dura gli capitasse a portata di mano. Non che fossi preoccupato per questo. Voglio dire, lo faceva da quando ero piccolo e lo vedevo come uno dei rischi quotidiani del diventare grandi: tentare di evitare di essere picchiato. Però mi domandavo perché scegliesse proprio me. Alle volte pensavo fosse perché ero il più piccolo e altre pensavo sul serio che mi odiasse per qualche motivo, solo che non mi veniva mai detto quale fosse. Forse riusciva a vedere che ero quello più influenzato dalla cultura occidentale di quanto non lo fossero stati i miei fratelli. Non gli piaceva per niente che il mio migliore amico non fosse asiatico. In ogni caso, essere picchiato continuamente mi faceva sentire un estraneo e la sensazione si fece più forte man mano che crescevo.
Abitavamo a Evington Drive, in un’area amata dalle famiglie Punjabi. C’erano solo tre camere da letto, il che voleva dire che fui costretto a spostarmi dalla mia stanzetta e andare con Harry quando Ranjit si sposò e sua moglie si trasferì da noi. Ranjit e Jas ebbero la mia stanza, anche se c’era spazio solo per il letto, ma questo era un problema loro. Erano loro quelli che mi avevano sgraffignato la stanza.
Dividere la stanza con Harry era il peggiore dei miei incubi. Era grasso e peloso e aveva la cattiva abitudine di lasciare la divisa da calcio sporca, comprese le scarpette infangate, in mezzo alla camera. Faceva il bagno solo ogni tre giorni e in estate la stanza puzzava di sudore stantio dopo che aveva fatto pesi. La notte di solito facevo finta che non ci fosse, coprendomi con la trapunta sulla testa come una tenda, mi mettevo a leggere alla luce di una torcia elettrica. Anche allora mi tirava delle cose o mi chiamava finocchio. “Perché cavolo leggi? Maledetto Dickens: cosa sei, un gorah (bianco) o che? Leggi roba da uomini, na!” Odiavo non avere privacy, tempo per me stesso che non venisse disturbato da un fratello che trovava ancora incredibilmente divertenti le barzellette sulle scoregge. Era così dannatamente ottuso, alle volte era come parlare a un gorilla. Lo odiava. E saltava fuori come un cattivo odore ogni qualvolta volessi un po’ di pace, non aveva importanza dove mi trovassi: in giardino, in garage, dappertutto. Recentemente Ranjit e sua moglie avevano cominciato a fare lo stesso, sempre in giro a ridersela come ragazzini.
Mia mamma stava sempre in cucina, a cucinare oppure a guardare qualche canale asiatico su Sky nel soggiorno. E papà? Be’ non conosceva legge con me, camminando intorno casa come uno zombie ubriaco, ruttando in continuazione. Per scappare, una volta avevo provato a chiudermi a chiave in bagno ma ero riuscito soltanto a beccarmi un pugno in bocca da parte sua per il fastidio procurato. Non potevo nemmeno fare i compiti in pace perché nessuno nella mia famiglia lo riteneva importante. Pensavano che la scuola fosse una perdita di tempo, come moltissime famiglie Punjabi della classe operaia. Tutto quello che interessava loro era cercare di fare soldi e non lo si poteva fare a scuola o al college. Ranjit e Harry trovarono lavoro in fabbrica non appena ebbero lasciato la scuola. Era un miracolo che avessi i voti buoni che avevo: non che a qualcuno della mia famiglia interessasse!
Trascorrevo più tempo possibile fuori con i miei amici. Adrian, il mio migliore amico che avevo conosciuto alla scuola elementare era, come diceva lui stesso, Nero Jamaicano. Trascorrevo la maggior parte del tempo fuori casa, con lui e altri ragazzi. Ma principalmente con Ady. Giocavamo a calcio insieme, per la squadra della scuola e la domenica per una società giovanile locale. A scuola stavamo sempre insieme, ci vedevamo a ogni intervallo per farci quattro risate. Per la mia famiglia Ady sarebbe potuto benissimo essere il diavolo sotto mentite spoglie. Mi stavano sempre addosso per lui, specialmente i miei fratelli e il mio vecchio. Mi mettevo alla porta pronto per fuggire e il mio vecchio appariva, sbronzo di Teacher, sulla soglia del soggiorno. “Torna indietro, Manjit!” urlava in Punjabi. Sapevo sempre cosa stava per accadere così facevo una smorfia. “Dove stai andando?”. Parlava spesso in questo ibrido tra Inglese e Punjabi che mi faceva sempre sorridere di nascosto perché sembrava tanto buffo e poi – TAC – l’orecchio sinistro cominciava a bruciare. “Dove stai …?” “Fuori” era tutto quello che gli dicevo.
“Non sono cieco, Manjit. Lo vedo che stai andando fuori. Dove?”
“Solo giù in strada con Ady”
“Ady? Maledizione! Perché stai sempre con quel kalah (nero)?”
Ed era tutto. Mi infuriavo perché il mio vecchio insultava il mio migliore amico. Lo chiamavo razzista, mi beccavo un altro scappellotto e poi tirava fuori tutti i suoi pregiudizi riguardo ai Neri.
“Vedi se non ho ragione! Quel kalah ti porterà alla droga. Guarda il telegiornale, ragazzo, so cosa diavolo fanno questi keleh, prendono droga schifosa. Cattive compagnie! Ti metterai a rubare e a fumare…”
Mi beccavo un altro ceffone e poi mi precipitavo fuori casa, con lui che imprecava alle mie spalle, strillava, dicendomi di tornare per cena o che altro. Come se gli importasse sul serio. Era ubriaco ogni sera, dopo il lavoro e tutti i fine settimana, sebbene facesse finta di non bere la domenica. La maggior parte delle sere perdeva i sensi entro le dieci e si dimenticava di volermi picchiare per essere rientrato oltre l’orario consentito.
Per quanto riguarda la faccenda del rubare e del fumare, non ne sapeva nulla. In realtà, ero stato io a portare Ady sulla cattiva strada. Ero io quello che aveva cominciato a rubare nei negozi o in posti come Boots o HMV, deodoranti e CD e altra roba. Era così facile che riuscii a trascinarmi Ady. Rubavamo rossetti, gel per capelli, ogni sorta di cose: su ordinazione, rivendendoli a metà prezzo ad altri ragazzi a scuola. Non era niente di serio. Era più un modo per farsi belli, come fumare. Lo facevamo solo per farcela con quelli più grandi o perché pensavamo, stupidamente, che avrebbe impressionato le ragazze. Non mi era nemmeno piaciuto il sapore. Immagino che tutto questo facesse parte del diventare grandi: fare i ribelli.
Andy era un tipo tranquillo, come se niente potesse mai toccarlo o sconvolgerlo, ma sotto molti aspetti era molto simile a me. Viveva con sua mamma e suo papà, che avevano studiato e volevano che lui andasse bene a scuola. Suo fratello era circa cinque anni più grande di noi ed era una specie di piccolo spacciatore. Roba da poco, solo qualcosina qua e là. Ma Ady voleva essere come lui e aveva questa cosa di non voler fare quello che i suoi genitori volevano. Ady non aveva nemmeno un motivo particolare: gli piaceva solamente giocare a fare il cattivo, il che, a quell’età, era piuttosto divertente.
Non mi interessava quello che dicevano di lui. Era mio amico e facevamo tutto insieme. Le mie prime avventure con Ady furono il preludio del mio futuro. Come un trailer di un minuto per un film: un assaggio di quello che doveva accadere.[...]
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