domenica 28 agosto 2011

Un’amputazione invisibile - Juan Josè Millàs, tratto da Los objectos nos llaman (2008) trad. di Salvatore Ciancitto

Quando mi resi conto, nel corridoio di un supermercato, di aver perso il cellulare, fui colto da un attacco di sudore, ma non sudore freddo, come nei romanzi del terrore, piuttosto sudore caldo. Il mio corpo fu sottoposto a un cambiamento climatico che si tradusse in un riscaldamento generale della parte esterna. Per un momento pensai che mi sarei cotto nel mio proprio brodo all'interno di questo involucro. Avevo nello stesso tempo una sensazione di estraneità e di incredulità, come se avessi da poco sofferto l'amputazione violenta e indolore di un organo. L'amputazione mi aveva lasciato un moncone invisibile agli altri, un moncone fisico, per capirci, impossibile da mostrare, però tanto spaventoso quanto un moncone di carne e ossa. Passata la prima ondata di calore, controllai di nuovo le tasche della giacca e cercai nella fodera ma senza alcun risultato.
Notai che la gente cominciava a guardarmi e capii che la mia espressione doveva essere simile a quella di un pazzo. Non potevo spiegare che la mia inquietudine era dovuta all'amputazione del cellulare perchè non l'avrebbero capito. Non c'erano ferite, non c'era sangue, non c'erano segni esteriori di violenza. Solo chi ha perso un telefono cellulare tanto intelligente come il mio sa di cosa parlo. Al suo interno tenevo una rubrica telefonica di cento numeri costruita nel corso degli anni e impossibile da ricostruire di nuovo. Avevo anche annotazioni e date e messaggi in entrata e in uscita che non avrei letto mai più. Non esagero se dico che il mio cellulare era un organo più del mio corpo, non tanto importante quanto il fegato o i reni, però più prezioso dell'appendice o della bile. In viaggio, mi faceva sentire in contatto con casa. A casa, mi metteva in contatto con il mondo esterno.
Ricordo la prima volta che vidi un telefono. Non un telefono cellulare, piuttosto uno convenzionale, di quelli di tutti i giorni. Ero appena tornato da scuola. Mia madre mi prese per mano e mi condusse fino al soggiorno. Al centro di un tavolino rotondo sopra una tovaglia verde che lo circondava e ne faceva risaltare ancora di più la presenza, c'era un telefono nero. Ebbi l'impressione che intorno all'apparecchio si formasse una strana aura luminosa, come se si trattasse di un'allucinazione, e per me, in un certo senso, lo era, dato che avevo sempre sentito parlare del telefono ai miei genitori con lo stesso rispetto con cui si parla dei fantasmi.
Volli chiamare immediatamente un compagno di scuola, ma mia madre mi disse di no, che costava denaro. Il telefono era solo per cose urgenti. E in effetti, fu per cose urgenti. Quel anno lo sentii suonare due volte, una per comunicarci che il nonno era morto e l'altra, mezzora dopo, per dirci che il nonno era resuscitato (il padre di mia madre aveva una certa facilità a entrare in stato catalettico e il medico lo dichiarò morto per errore). Da parte nostra, lo utilizzammo anche noi solo due volte, una per comunicare che era nato mio fratello e l'altra per comunicare che era nato un'altra volta (erano gemelli, ma il secondo arrivò mezzora dopo, quando non ce l'aspettavamo).
Non ho affari tanto importanti che mi costringono a rimanere attaccato al telefono. So che se qualcuno ha bisogno di trovarmi, lo farà in un modo o in un altro. Per quanto riguarda la rubrica, la rifarò con l'aiuto dei miei amici. Tutto quello che ho detto nelle prime righe per giustificare l'attacco di panico che mi ha provocato la sua perdita era un insieme di alibi. Il mio attaccamento al telefono ha un fondamento fantasioso che mai, fino ad ora, avevo confessato. Vedete, dagli otto o nove anni quando vidi quel primo telefono sopra il tavolino rotondo del soggiorno della casa dei miei, ebbi la fantasia che un giorno il telefono avrebbe suonato chiedendo di me. Mia madre, stranita, mi avrebbe passato l'apparecchio e una specie di divinità, dall'altro capo del filo, mi avrebbe rivelato una verità fondamentale. Io avrei preso il telefono, mi sarei voltato verso la mia famiglia e avrei confermato loro che Dio esisteva o che non esisteva, a seconda, e che tutto era permesso o proibito, a seconda.
Credo di continuare a aspettare questa chiamata grazie alla quale alla fine saprò se la vita ha un senso o meno. Sopporto tutte le altre come il prezzo da pagare per rispondere a questa. Da qui il mio attacco di sudore devastante che provai in un corridoio del supermercato nell'accorgermi di aver perduto il cellulare e di essermi disconnesso non dal mondo, che può essere una rottura di scatole, piuttosto da questa divinità che presto o tardi, lo so, mi chiamerà per rivelarmi una verità essenziale che dia un senso alla mia esistenza. Quando questa chiamata si concretizzerà, sarete i primi a conoscerne il contenuto, nel caso vi aiutasse a tirare avanti.

Nessun commento:

Posta un commento