mercoledì 19 ottobre 2011

Love Hurts by Catherine Green - trad. di Salvatore Ciancitto

Love Hurts - Catherine Green (2011)
Stavo correndo lungo la cima della scogliera sotto una pioggia scrosciante e era notte fonda, freddo e pioggia scrosciante. Il respiro mi si bloccò in gola, riuscivo a malapena a vedere dove mi dirigevo e il mare si schiantava contro gli scogli sotto di me. Ero terrorizzata, scappavo da un mostro alle mie spalle. Mi dava la caccia e non riuscivo a voltarmi a guardare, non ne ero capace. La gola era secca per quanto annaspavo, i capelli zuppi e freddi contro il collo, l'acqua mi scorreva lungo il corpo. Rabbrividii ma dovevo correre. Dovevo fuggire. Poi il piede mi si intrappolò in un ramo secco e caddi sulle mani e sulle ginocchia con un grido. Barcollavo in piedi ma era là, il mostro, proprio dietro di me. Urlai mentre spiccava un salto e mi voltai per affrontarlo, per accettare il mio destino. Mi svegliai di soprassalto e mi misi a sedere sul letto, coperta di sudore e ansante. Era solo un sogno. Era così reale. Conoscevo perfino la cima della scogliera dove stavo correndo. Non era lontana da casa, distante dalla strada principale da Redcliffe verso la città più vicina. Da cosa scappavo? Si trattava di un paura inconscia di me stessa? Perchè riuscivo a percepire la pioggia sulla pelle e perchè rabbrividivo in un sogno? Mi scossi per schiarirmi la testa, mi guardai attorno per la stanza buia, dove vedevo la luce della luna risplendere lungo i profili delle tende. Tutto sembrava come al solito: i miei vestiti appoggiati sulla sedia, la mia toletta nel suo abituale disordine, la porta chiusa a chiave e la casa immersa nel silenzio. Ebbi un brivido, respirai in maniera profonda per qualche attimo e poi mi sdrai di nuovo, tirando la coperta fin sotto al collo. Forse avrei dovuto seguire il consiglio di Liz e andare da un dottore. Questi sogni stavano diventando sempre più reali al punto che pensavo fossero dei ricordi anche se non ero mai stata in questa cittadina prima di trasferirmi qui tre anni fa, a parte quella strana vacanza. Avevo cominciato a fare lo stesso sogno ricorrente un paio di mesi addietro, ma non capitava ogni notte. Di solito avveniva una o due volte a settimana. I sogni vedevano sempre me in fuga da qualche mostro immaginario, ma si trattava di un mostro che conoscevo, una persona che mi aveva tradito... Scivolai di nuovo nel sonno e grazie al cielo non sognai più quella notte.
La mattina seguente mi svegliai presto, feci la doccia e scesi di sotto per fare colazione prima di cominciare il lavoro. In realtà non si poteva chiamare lavoro gestire la mia libreria: lo adoravo. I precedenti proprietari avevano messo in vendita il Redcliffe Books quando erano andati in pensione e non avevano nessuno in famiglia che potesse rilevarlo. A quel tempo ero riuscita a convincere la mia migliore amica e ora socia, Elizabeth a raccogliere la sfida e chiedere un prestito insieme da investire in un negozio. Avevamo lavorato come contabili a Manchester e si trattava di fare un passo enorme e trasferirsi quaggiù in Cornovaglia, ma ci piaceva moltissimo. Redcliffe è una bella cittadina turistica e facciamo molti affari in estate e nei mesi invernali abbiamo una clientela regolare che mantiene sempre in piedi il posto. Riuscii a convincere Liz, ci approvarono il prestito e accettarono la nostra offerta per il negozio ed eccoci qua. In realtà Liz deve ringraziare me per aver trovato suo marito Robert con cui vive in un piccolo e grazioso cottage dall'altra parte della città. È un professore universitario e si sono conosciuti quando venne al negozio per alcune ricerche subito dopo esserci trasferiti qui. Adesso io vivo nell'appartamento sopra il negozio, con la cucina al piano terra sul retro. Mi va benissimo girare da una stanza all'altra e trovarmi a lavoro: molto meglio dei mezzi di trasporto che di solito prendevo. Di sicuro mi è più congeniale vivere una cittadina con molti spazi aperti che dover vivere in una città affollata. Adoro avere il mare e la spiaggia a breve distanza dalla porta di casa. Mi dà un senso di libertà che non avevo mai provato in città.
Erano le 8.30 e sapevo che Liz aveva un appuntamento dal dottore, così presi la mia tazza di caffè e mi avviai attraverso il negozio a aprire per la giornata. In questo periodo dell'anno lo gestiamo noi due fino a quando non aumenta il lavoro e allora assumiamo un paio di studenti nei mesi estivi per darci una mano. Era marzo e attendevo con ansia il clima più mite poiché stavamo attraversando un inverno particolarmente piovoso e carico di neve. Per quanto adesso mi godessi le mie serate invernali sotto le coperte sul divano con una pila di libri, DVD e il mio vino preferito e la cioccolata calda, ora desideravo un po' di sole e aria fresca. Il sole splendeva e sembrava più caldo, il che era meraviglioso, mentre aprivo la porta principale del negozio e girai il cartello “Aperto”. Il mio primo compito era controllare gli ordini online e impacchettare il tutto per la spedizione. Poi c'erano i clienti con cui trattare e decisi di dover pulire il tavolo dei libri in offerta. Il negozio non è enorme ma si adatta ai nostri bisogni. Si tratta di una stanza quadrata e luminosa e il bancone sta a sinistra della porta di ingresso. Di fronte ci sono delle librerie di pino incassate dal pavimento al soffitto che coprono due pareti e circondano l'incavo della vetrina, come una cornice. Poi nel centro della stanza abbiamo tre grandi tavoli dove sistemiamo le promozioni e le offerte speciali. Abbiamo anche una finestra disegnata sulla destra della porta di ingresso e è qui che sistemiamo la merce in esposizione a seconda del periodo dell'anno e delle mode del momento. Redcliffe Books è un negozio luminoso e arioso e si affaccia sul centro della via principale che conduce al lungomare e alla spiaggia.
Erano le 11.30 quando la porta si spalancò per accogliere Liz che giungeva nel suo solito impeto confusionale. Le brillavano gli occhi scuri, i capelli lisci neri e corti, lucidi, e scoppiava di salute. Avevo sempre invidiato la sua abbronzatura perenne. Si affrettò attraverso la porta di ingresso con un sorriso da un orecchio all'altro, urlandomi uno strozzato “ 'giorno” e poi mi porse una busta. La guardai con curiosità e l'aprii per trovarvi al suo interno un cartoncino bianco. Il cartoncino risultò essere un'ecografia, l'immagine alla dodicesima settimana del bambino di Elizabeth. La mia migliore amica aspettava il suo primo figlio! Balzai fuori dal mio sgabello e la circondai con le braccia, quasi in lacrime per l'eccitazione mentre lei rideva e mi abbracciava stretta.
“Che ne pensi, Jessica?” balbettò in maniera eccitata, “Diventerò madre!”
Liz indietreggiò e mi guardò con un sorriso. Il mio stesso sorriso ricordava il proverbiale Stregatto mentre rispondevo. “E' meraviglioso, Liz. Sono tanto felice per te.” Dissi “Come diavolo hai fatto a nascondermelo per tre mesi?”. La rimproverai gentilmente, senza la più piccola traccia di rabbia. “E' stata dura”, disse Liz, facendo un respiro profondo. “Hai presente quando mi sono presa quello strano virus con la nausea? La nausea mattutina! E quando continuavi a chiedermi perchè stavo zitta? Non volevamo esporci troppo, raccontandolo alla gente senza aver fatto la prima ecografia, ma eccola qui e il bambino è in ottima salute. Tu sei la prima persona a cui l'ho detto, diritta diritta dall'ospedale” e si mise a sedere sulla sedia dietro al bancone. Questa fu un enorme sorpresa. Cioè, sapevo che Elizabeth e Robert erano sposati felicemente da dodici mesi e eravamo tutti ormai adulti per concepire l'idea di avere dei bambini. Mentre osservavo il suo volto eccitato, mi sentii tanto felice ma anche un pochino gelosa. Volevo un bambino. Ma non avevo nemmeno un ragazzo così avrei dovuto aspettare ancora per molto tempo. Non mi rimaneva che fare la zietta adottiva del bimbo di Liz.
Trascorremmo il resto della giornata spulciando libri sui bambini e discutendo su come organizzare la maternità. Naturalmente doveva telefonare ai suoi genitori e sentii sua madre strillare di gioia mentre sedevo accanto a Liz. I suoi genitori erano tanto carini. Vivevano ancora nei sobborghi di Manchester ma le facevano visita due o tre volte l'anno. Avevano fatto di Radcliffe la loro meta delle vacanze e mi piacevano le loro visite. I genitori di Elizabeth mi avevano praticamente adottato quando diventammo amiche. All'inizio ero stata un po' scostante con loro, non volendo la loro pietà, ma alla fine finii col volergli bene e erano sempre pronti a offrirmi il loro sostegno. Ero felice che loro avessero un nipote per cui stravedere.
Mentre Liz parlava con sua madre, cominciai a vagare con la mente. Forse avrei dovuto pensare seriamente a cercare un nuovo compagno, un potenziale marito. Non avevo mai sentito il bisogno di nessuno e di sicuro non avevo mai avuto grande fortuna con gli uomini. Ce n’erano stati un paio che avevano avuto intenzioni più serie, ma non mi ero mai preparata a soccombere. Mi piaceva il sesso naturalmente, ma quando si arrivava alle forti emozioni, mi spaventavo e fuggivo. Doveva avere a che fare con il fatto di essere orfana, lo sapevo, ma sapevo anche non potevo far dipendere tutto da quel fatto. Di certo c’erano altri orfani che si erano sposati e avevano messo su famiglia? Mi ero convinta che non avevo semplicemente ancora trovato l’uomo giusto e che sarebbe successo al momento adatto. Inoltre avrei dovuto gestire il negozio da sola mentre Liz era in maternità, per cui non avevo tempo per una relazione. Mi godevo la mia libertà, che non avrei avuto con un compagno e un bambino. No, senza dubbio non era il momento adatto. [...]

domenica 28 agosto 2011

Un’amputazione invisibile - Juan Josè Millàs, tratto da Los objectos nos llaman (2008) trad. di Salvatore Ciancitto

Quando mi resi conto, nel corridoio di un supermercato, di aver perso il cellulare, fui colto da un attacco di sudore, ma non sudore freddo, come nei romanzi del terrore, piuttosto sudore caldo. Il mio corpo fu sottoposto a un cambiamento climatico che si tradusse in un riscaldamento generale della parte esterna. Per un momento pensai che mi sarei cotto nel mio proprio brodo all'interno di questo involucro. Avevo nello stesso tempo una sensazione di estraneità e di incredulità, come se avessi da poco sofferto l'amputazione violenta e indolore di un organo. L'amputazione mi aveva lasciato un moncone invisibile agli altri, un moncone fisico, per capirci, impossibile da mostrare, però tanto spaventoso quanto un moncone di carne e ossa. Passata la prima ondata di calore, controllai di nuovo le tasche della giacca e cercai nella fodera ma senza alcun risultato.
Notai che la gente cominciava a guardarmi e capii che la mia espressione doveva essere simile a quella di un pazzo. Non potevo spiegare che la mia inquietudine era dovuta all'amputazione del cellulare perchè non l'avrebbero capito. Non c'erano ferite, non c'era sangue, non c'erano segni esteriori di violenza. Solo chi ha perso un telefono cellulare tanto intelligente come il mio sa di cosa parlo. Al suo interno tenevo una rubrica telefonica di cento numeri costruita nel corso degli anni e impossibile da ricostruire di nuovo. Avevo anche annotazioni e date e messaggi in entrata e in uscita che non avrei letto mai più. Non esagero se dico che il mio cellulare era un organo più del mio corpo, non tanto importante quanto il fegato o i reni, però più prezioso dell'appendice o della bile. In viaggio, mi faceva sentire in contatto con casa. A casa, mi metteva in contatto con il mondo esterno.
Ricordo la prima volta che vidi un telefono. Non un telefono cellulare, piuttosto uno convenzionale, di quelli di tutti i giorni. Ero appena tornato da scuola. Mia madre mi prese per mano e mi condusse fino al soggiorno. Al centro di un tavolino rotondo sopra una tovaglia verde che lo circondava e ne faceva risaltare ancora di più la presenza, c'era un telefono nero. Ebbi l'impressione che intorno all'apparecchio si formasse una strana aura luminosa, come se si trattasse di un'allucinazione, e per me, in un certo senso, lo era, dato che avevo sempre sentito parlare del telefono ai miei genitori con lo stesso rispetto con cui si parla dei fantasmi.
Volli chiamare immediatamente un compagno di scuola, ma mia madre mi disse di no, che costava denaro. Il telefono era solo per cose urgenti. E in effetti, fu per cose urgenti. Quel anno lo sentii suonare due volte, una per comunicarci che il nonno era morto e l'altra, mezzora dopo, per dirci che il nonno era resuscitato (il padre di mia madre aveva una certa facilità a entrare in stato catalettico e il medico lo dichiarò morto per errore). Da parte nostra, lo utilizzammo anche noi solo due volte, una per comunicare che era nato mio fratello e l'altra per comunicare che era nato un'altra volta (erano gemelli, ma il secondo arrivò mezzora dopo, quando non ce l'aspettavamo).
Non ho affari tanto importanti che mi costringono a rimanere attaccato al telefono. So che se qualcuno ha bisogno di trovarmi, lo farà in un modo o in un altro. Per quanto riguarda la rubrica, la rifarò con l'aiuto dei miei amici. Tutto quello che ho detto nelle prime righe per giustificare l'attacco di panico che mi ha provocato la sua perdita era un insieme di alibi. Il mio attaccamento al telefono ha un fondamento fantasioso che mai, fino ad ora, avevo confessato. Vedete, dagli otto o nove anni quando vidi quel primo telefono sopra il tavolino rotondo del soggiorno della casa dei miei, ebbi la fantasia che un giorno il telefono avrebbe suonato chiedendo di me. Mia madre, stranita, mi avrebbe passato l'apparecchio e una specie di divinità, dall'altro capo del filo, mi avrebbe rivelato una verità fondamentale. Io avrei preso il telefono, mi sarei voltato verso la mia famiglia e avrei confermato loro che Dio esisteva o che non esisteva, a seconda, e che tutto era permesso o proibito, a seconda.
Credo di continuare a aspettare questa chiamata grazie alla quale alla fine saprò se la vita ha un senso o meno. Sopporto tutte le altre come il prezzo da pagare per rispondere a questa. Da qui il mio attacco di sudore devastante che provai in un corridoio del supermercato nell'accorgermi di aver perduto il cellulare e di essermi disconnesso non dal mondo, che può essere una rottura di scatole, piuttosto da questa divinità che presto o tardi, lo so, mi chiamerà per rivelarmi una verità essenziale che dia un senso alla mia esistenza. Quando questa chiamata si concretizzerà, sarete i primi a conoscerne il contenuto, nel caso vi aiutasse a tirare avanti.

lunedì 14 febbraio 2011

L’illuminazione di Merton Browne –J.M.Shaw

L’illuminazione di Merton Browne – J.M.Shaw (2007)

Non so chi sia mio padre e a dire la verità non mi interessa un cazzo. Non appena ebbe sparato la sua cartuccia, spedendomi a galleggiare nell’utero morbido e scuro di mia madre, strofinò l'attrezzo sotto l’acqua calda, afferrò la giacca e tagliò la corda. Mi domandavo spesso che tipo di uomo avesse prodotto quel singolo getto di sperma vittorioso; quali pensieri gli attanagliassero il cuore mentre sbuffava e il preservativo si spaccava. Ma ho visto i padri degli altri e penso di starmela a cavare anche senza.
Ovviamente mia madre afferma di sapere esattamente chi fosse, ma scommetto che non se lo ricorda con certezza. Non uso il suo nome e non c’è nemmeno ragione per cui debba prendere quello di lei. Sono libero di sceglierne uno tutto mio, se ci pensate. Ad ogni modo il mio nome di battesimo è Merton. A scuola mi chiamavano Merton Browne, con il cognome di mia madre. Poiché mio padre si chiamava McNeill – secondo il resoconto prudente di mamma – dovrei in realtà chiamarmi Merton McNeill, che non è poi così male. O potrei provare qualcos’altro. Non importa.

Volevo scrivere tutto quello che è successo, proprio dall’inizio, così che potesse arrivare diritto nella mia testa. Ma il fatto è che non ricordo quasi nulla prima dei miei nove anni.
Il mio primo vero ricordo è essermi nascosto nell’armadio della caldaia con una torcia elettrica a leggere un libro di Tintin, Destinazione Luna. Se avessi sollevato l’angolo del tappeto, avrei potuto vedere la luce della TV nel soggiorno, risplendere attraverso le assi del pavimento. C’era il telegiornale e mamma stava zitta, probabilmente fumava in vestaglia, con i piedi sul divano. Tuck Martin era con lei. Riuscivo a sentirne la voce profonda.
Non stavo esattamente leggendo. Guardavo soltanto Tintin e Snowy nelle loro tute spaziali. Ma quando Tuck cominciò ad alzare la voce, decisi di sparire. Spensi la torcia e chiusi gli occhi e immediatamente l’armadio divenne una navicella spaziale, sigillata ermeticamente. In un attimo fui sparato in alto, per miglia nel cielo e la navetta tremava mentre lasciava l’atmosfera, finchè all’improvviso tutto si fece silenzioso, perché non si può sentire nulla nello spazio. C’erano le stelle tutto intorno e in basso, più splendente di una di loro, il grosso mondo blu.
Ma ci fu un interferenza alla radio. Tuck stava strillando contro mamma. Lei replicava con voce sommessa e immaginavo il fumo che le sfuggiva dalla bocca. Poi Tuck colpì il tavolo della cucina – il rumore scosse i muri e il cuore ebbe un sobbalzo; la voce di mamma cominciò ad alzarsi. Riuscivo a sentirla mentre si sollevava dal divano. Adesso era arrabbiata e gli strillava contro. Ci fu un rumore sordo; cominciò a urlare come se si fosse fatta male. Mi si contrasse lo stomaco e dopo cominciai a cadere, sempre più giù, mille miglia al secondo, di nuovo a terra.
C’era silenzio sul Pianeta Terra quando atterrai: le grida erano cessate. Aspettai un’eternità nel buio. Perfino la TV era muta e pensai che probabilmente Tuck l’avesse fracassata. Sarei potuto rimanere al piano di sopra tutta la sera. Nessuno mi avrebbe cercato. Ma dovevo vedere da me; volevo scoprire cosa avessero combinato. Era tutto troppo silenzioso, mi ricordo di essermi domandato se si fossero uccisi a vicenda o se Tuck se ne fosse andato via. Così aprii il portellone e gettai un’occhiata fuori sul luogo dell’atterraggio e strisciai al piano di sotto.

“Diana, amore, mi dispiace. Non essere arrabbiata, tesoro”.
Tuck era chino sopra mamma, scrutandola fra i capelli, mentre lei era sdraiata sul divano dandogli la schiena. Ero alla porta. Non mi avevano ancora visto.
“Levati dalle palle, perché non la smetti?” Lei teneva un ammasso di carta da cucina contro il viso.
“Ho detto che mi dispiace, cioè. Mi farò perdonare”
“Animale!” disse mamma. “Non avvicinarti.”
Tuck si alzò dal divano e si allontanò, la testa grossa penzoloni in avanti. La mamma si girò su sé stessa e si mise in piedi. Le sanguinavano la bocca e il naso. Mi passò davanti senza dire una parola, allungando una mano alla ringhiera e la sentì salire al piano di sopra. La porta del bagno si chiuse con un schianto e sentii l'acqua battere ritmicamente nella vasca.

Nell’armadio della caldaa, tutto era calmo. Mi appoggiai al muro a leggere Destinazione Luna. Riuscivo a ricordarmi tutto: nomi, dialogo, il modo in cui i pannelli di controllo del razzo erano disposti. Non avevo bisogno di leggere il libro: in pratica potevo raccontarlo a memoria. Cominciai a prepararmi per la fuga, per volare di nuovo nello spazio, e, mentre controllavo che tutto fosse a posto, cominciai a sentirmi calmo.
Ma fu troppo tardi. Tuck risalì e si sedette sul pianerottolo. Cominciò a supplicare mamma attraverso la porta del bagno. “Non fare la matta, Diana, amore. Fammi entrare. Sai che non volevo.” Poi, aprendo lo sportello dell'armadio, cercò di assicurarsi il mio sostegno. “Mettici una parolina per lo zio Tuck, ti va? Ti farò stare sveglio fino a tardi, monello. Ti darò un deca.”
“Questa è la zona di lancio”, dissi, “Liberate l'area”.
“Ora, ascolta....”
Ma mi ritrassi più addentro all'armadio.
“Decollo tra due minuti”.
“Svitato!” disse Tuck. E chiuse la porta con violenza.
Nel buio, nascosi il mio libro nell'angolo del tetto. Ero arenato sulla Terra per la notte, il posto peggiore in cui trovarsi. Tuck si accomodò sulle scale, appoggiando la testa alla parete. Riuscivo a vederlo attraverso lo spiraglio dell'anta dell'armadio, mentre si accendeva uno spinello. Fece un tiro, trattenendo il fumo nei polmoni, e sorrideva, scuotendo il capo. L'odore dell'erba cominciò a riempire l'armadio e lo risucchiai, respirandolo finchè la testa divenne leggera e miei pensieri cominciarono a vorticare, su nello spazio, lontano, finchè il mondo scomparve.

Il chiavistello della porta del bagno scattò indietro e mi trascinai attraverso l'armadio per osservare dallo spiraglio. Mamma fece la sua apparizione in accappatoio, con la faccia contusa e rossa. Tuck le offrì la canna, ma lei lo ignorò, scivolando verso la camera da letto. Nello stesso istante, quando lei sparì, lui aprì l'anta.
“Andiamo, cervellone!”, ghignò, “tua mamma è tornata nella terra dei vivi. Andiamo a farci del tè”.

Io e Tuck mettemmo in ordine il soggiorno. I pesci rossi erano morti, arenati sul tappeto umido accanto alla collezione di dischi di Tuck. Li mise nella pattumiera con un mestolo. Poi abbassò le luci e mise Marvin Gaye sul piatto del giradischi. In un attimo la stanza odorava di erba e di bastoncini di incenso e mi sdraiai sul divano.
Mi svegliai quando mamma mi prese in braccio. Mi stava stringendo, soffiandomi fumo tra i capelli. Poi Tuck aumentò il volume, mia madre mi depose di nuovo sul polistirene e cominciarono a ballare, finché Tuck non le diede una lunga e ammaccata pomiciata.
Dopo lei fece uova fritte e toast e prendemmo un tè, tutti e tre insieme, seduti al tavolo della cucina – “Come una vera e propria famiglia del cazzo”, disse Tuck. Tuck e mamma si baciarono di nuovo e lei disse di amarlo. Poi lui le rollò un nuovo spinello e salirono al piano di sopra.

Ricordo altre cose, ma sono accadute più tardi, dopo il mio undicesimo compleanno.
Ero sveglio ed era molto presto – nemmeno le sei. Avevo così tanta adrenalina in corpo che non riuscivo a stare sdraiato. Mamma aveva appeso i miei vestiti ai piedi del letto: vestiti strambi, rigidi per il mio primo giorno nella scuola nuova e cominciai a vestirmi. Sapevo di non stare bene. Per prima cosa non avevo scarpe da ginnastica, solo quelle scarpe nere con la punta bombata. I jeans erano rigidi e troppo scuri. Mamma li aveva comprati per cinque sterline a una bancarella del mercato.
Cercai di dimenticarmi dei vestiti. Lessi per intero un libro di Tintin. Poi ripassai le date dei re e delle regine di Inghilterra. Li avevo imparati a memoria dal Libro del Guinness dei Primati. Pensavo sarebbero stati utili nella nuova scuola. Mi immaginavo elencare a tutta la classe le date e nomi, ottenendo un premio. Poi sfogliai il mio Libro per Bambini delle Cattedrali Inglesi. Sapevo quale re o vescovo avesse costruito ognuna di esse.
Mamma voleva accompagnarmi a scuola, ma non glielo permisi. Mi ero fatto lasciare all’angolo con High Street, sul lato estremo di Cannon Park Estate così che nessuno potesse vederla darmi un bacio. Poi corsi dalla strada ai cancelli della scuola, nel cortile. La New Crosland Comprehensive era un grosso edificio dai profili di acciaio alla fine di High Street. L’intera facciata luccicava per via dei pannelli di perspex: grosse lastre di color giallo e prugna, che risplendevano nella luce del mattino.
Rimasi fermo ai cancelli. Si riuscivano a vedere tre blocchi principali dal cortile: formavano una C intorno allo spazio aperto con l’entrata nel centro. Per tutto il grande spazio aperto, e sui gradini del portone principale, vi erano scolari. Dovevamo metterci in fila secondo gli anni e la classe, ma non riuscivo a vedere dove andare. C'era folla ovunque.
Una banda di ragazzi si stava facendo strada intorno al cortile. “Le quote!” strillavano. “Le quote per la squadra!” Indossavano jeans larghi, bassi intorno alla vita, e giacche con i cappucci sulla testa.
Osservai mentre circondavano un ragazzo nero, più grande di me, ma grasso e dall'aspetto tenero. “La quota!” urlavano. “Dacci i soldi per il pranzo, grossa testa di cazzo! E dovresti metterti a dieta”. Uno di loro lo colpì forte con un pugno e lui barcollò all'indietro, alla ricerca del corrimano. Cadde a terra in maniera goffa, gli occhiali che rovinavano sull'asfalto. A terra tentò di proteggere lo zaino, ma la banda cominciò a prenderlo a calci. I colpi producevano un suono sordo. Il capo afferrò la borsa e la tenne sotto sopra. I quaderni rossi e blu caddero sotto la luce del sole e la penna del ragazzo rotolò attraverso l'asfalto verso di me. Era una di quelle vecchie modello, del tipo che ha bisogno delle cartucce di inchiostro e la feci sparire nella tasca della mia giacca a vento. Il capo della banda non se ne accorse; era alla ricerca di denaro. E gli altri stavano ancora prendendo a calci il ragazzo a terra, facendo a turno come i calci di rigore.
Poi il fracco di botte terminò.
“Sono Savage” disse il capo della banda. “Ricordati la mia faccia, capelli di pezza!” Il ragazzo non disse nulla. Si muoveva con difficoltà, nel tentativo di mettersi a sedere. “Fatti dare due sterline dalla mamma, ok?”, continuò il capo, lanciando lo zaino da un lato. “Ecco quanto ci prenderemo”. E gli sputò addosso. “Sputategli addosso!”, disse agli altri “ Avanti! Sputategli sulla giacca”. Tutti sputarono sui vestiti del ragazzo. Poi uno del banda, basso e smilzo con i capelli biondi, calpestò gli occhiali del ragazzo grasso.
Cominciai a muovermi lentamente fuori dal cortile, lontano dall'edificio luminoso. Mi trovavo a pochi metri da High Street; sarei potuto essere fuori in pochi secondi. Ma mi avevano visto e qualcuno mi diede una spinta dalle spalle. “Quote!” stavano gridando.
Due della squadra erano neri, gli altri bianchi. Ma quello in carica in realtà non era di nessun colore: era molto pallido, quasi traslucido, con la pelle segnata dai brufoli. “Sono Savage”, disse con calma, fissandomi in faccia. Aveva le iridi blu acceso, come pezzi di vetro scheggiato all'interno della gelatina. “Dacci la nostra quota.”
“Cos'è una quota?”, dissi.
“Oh! Cos'è una quota?” Fece con voce da femmina. “Contanti, stramboide. Dacci i nostri soldi per il pranzo”.
“Non ne ho”.
Si protese in avanti per afferrarmi la borsa. “ Colpiscilo!” disse. “ Fallo adesso.” Qualcuno mi diede un calcio dietro e caddi. Poi il capo rovesciò tutta la mia roba sull'asfalto e porse la borsa vuota allo smilzo biondo. “Fruga nella borsa, Terence.”
“Dammela”, dissi io.
“Chiudi il becco.”
Il denaro si trovava nella tasca posteriore. Il biondo lo trovò immediatamente.
“Colpiscilo ancora!” disse il capo. “Bugiardo testa di cazzo”
Due dei ragazzi mi tennero per le braccia e le gambe divaricate, immobilizzate, mentre gli altri cominciarono a prendermi a calci. Devo aver gridato forte, perchè mi stavano imitando. Poi mi lasciarono andare e immediatamente mi piegai in due dal dolore sul terreno, mentre l'intera gang si radunò, colpendomi più forte che potevano.
“Continuate”, gridò il capo, “Fatelo a dovere”.
Mi prendevano a calci la schiena e le gambe. Mi vennero le lacrime agli occhi, e per un'eternità non riuscii a respirare, ma non piansi.
Poi una voce maschile gridò: “Ehi, voi. Venite qui”
“Fanculo”, disse il selvaggio. “Andiamo”
E la gang andò via di corsa.

“Ti ha rotto gli occhiali”, dissi.
“Non fa nulla. Dimenticalo.” Il ragazzo grasso distolse il viso, cercando sul terreno attorno. Gli occhi mi bruciavano; cercavo di non piangere. Ma ritornò verso di me.
“Ecco”. Mi offrì una mano tozza. “Alzati. Ti sentirai meglio.” Così mi misi in piedi. “Mi chiamo Daniel Johnson”, mi disse.
“Merton”, dissi, sfregandomi il volto. “Merton Browne. Guarda, ho preso questa...” Trassi fuori dalla tasca la sua penna.
Daniel fece un ampio sorriso. “Grazie, amico. Mi mamma mi avrebbe ucciso...”
Gli tremava il volto ma si stava facendo forza, mettendosi in ordine gli abiti. L'insegnante che aveva gridato venne da noi.
“State bene ragazzi?”
“Si, professore”, disse Dan.
Io annuii.
“Non volete andare in giro con quei tipi”, ci disse. Indossava un paio di pantaloni da ginnastica e delle vecchie scarpe da ginnastica logore.
“Andiamo, raccogliete le vostre cose. Farete tardi...” E ci precedette, lasciando nell'aria un forte odore di sudore.